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Sciopero voli, a mezzanotte scade l'ultimatum: rischio caos

Per adesso il sindacato deluso dai colloqui: "zero risposte"

28-01-2026 di Freddie del Curatolo

Quando l’orologio segna la mezzanotte, non sempre inizia un nuovo giorno. A volte finisce una pazienza. E a Nairobi, questa notte, la pazienza dell’aviazione keniana è ufficialmente in esaurimento.

Il conto alla rovescia è partito una settimana fa, ma adesso siamo alle ultime quindici ore. Allo scoccare della mezzanotte tra oggi e domani, martedì 28 gennaio 2026, scade l’ultimatum lanciato dalla Kenya Aviation Workers Union. Se nulla cambierà — e per ora nulla è cambiato — scatterà uno sciopero destinato a paralizzare l’intero traffico aereo del Paese, trasformando quella che già si annuncia come la peggiore crisi dell’aviazione regionale dai tempi del Covid.

Il cuore del problema pulsa sotto le piste della Jomo Kenyatta International Airport, l’hub più trafficato dell’Africa orientale, ma le onde d’urto arriverebbero ovunque: Moi International Airport, Kisumu, Eldoret. In altre parole: tutto ciò che vola rischia di restare a terra.

Secondo i dati diffusi dal sindacato, oltre 8.000 lavoratori aeroportuali — tra personale di terra, tecnici, addetti alla sicurezza e servizi — sono pronti a incrociare le braccia. Con loro, più di 50.000 passeggeri al giorno potrebbero rimanere bloccati, solo a Nairobi. Un numero che pesa come un macigno su un’economia che vive di turismo, safari, coincidenze e stagioni “alte” che non aspettano nessuno.

Il nodo della vertenza è tanto semplice quanto imbarazzante: undici anni di blocco salariale, dal 2015 a oggi. Undici anni senza adeguamenti per migliaia di lavoratori impiegati da Kenya Airways, dalla Kenya Airports Authority e dalle società di ground handling. Nel frattempo il costo della vita ha continuato a salire, i voli a moltiplicarsi, le responsabilità pure. Gli stipendi, no.

Il governo, finora, non ha risposto. Nessun tavolo fissato, nessun segnale concreto. Silenzio. E il silenzio, in aeroporto, è sempre una cattiva notizia.
Questo il comunicato del sindacato Kawu: "Nonostante il preavviso di sciopero di 7 giorni emesso il 21 gennaio, il governo del Kenya non ha dato alcuna risposta pubblica, ha rifiutato di fissare negoziati e sembra scommettere che i lavoratori faranno marcia indietro all'ultimo momento".

I leader sindacali non usano più mezze parole: “Se non ci saranno risposte, chiuderemo lo spazio aereo e fermeremo tutto”. Non una metafora. Un programma.

La cronologia è lineare come una pista d’atterraggio:
– 21 gennaio: KAWU emette un preavviso di sciopero di sette giorni
– 22–27 gennaio: nessuna risposta ufficiale
– 28 gennaio, oggi: scadenza dell’ultimatum a mezzanotte
– 29 gennaio, domani: sciopero a tempo indeterminato, se non arriverà un accordo nelle prossime ore

La probabilità che accada? Secondo il sindacato, 85%. La parola più ricorrente: inevitabile.

Intanto i tabelloni degli aeroporti iniziano a raccontare storie future: cancellazioni, ritardi, coincidenze che non si incontreranno mai. Turisti con il binocolo già in mano e safari prenotati da mesi. Residenti bloccati. Lavoratori stanchi. E un Paese che, ancora una volta, scopre che quando si ignora troppo a lungo chi fa funzionare le cose, prima o poi le cose si fermano davvero.

Il cielo sopra il Kenya resta aperto, per ora. Ma stanotte potrebbe chiudersi senza preavviso. E quando succede, non c’è decollo che tenga.

Cosa aspettarsi davvero a Nairobi se lo sciopero parte

Se l’esperienza passata insegna qualcosa, è che a Nairobi gli scioperi aeroportuali non iniziano tutti insieme e non finiscono mai “in orario”. Ecco cosa è realistico aspettarsi nelle prime 24–72 ore.

– voli internazionali: le prime cancellazioni riguarderanno soprattutto i voli notturni e mattutini. Le compagnie tendono a sospendere le operazioni in modo prudenziale, spesso prima ancora della mezzanotte ufficiale. I voli intercontinentali sono i più a rischio, perché richiedono piena operatività di terra.

– voli regionali e domestici: sono quelli che saltano più facilmente. Anche quando qualche aereo potrebbe teoricamente partire, mancano equipaggi completi, handling, sicurezza o autorizzazioni. Risultato: voli “in attesa” che diventano cancellazioni.

– aeroporto fisicamente aperto, ma bloccato: i terminal restano accessibili, ma con servizi ridotti. Check-in a singhiozzo, bagagli fermi, code senza informazioni chiare. Non è una chiusura totale immediata, è un logoramento progressivo.

– informazioni frammentarie: annunci contraddittori, call center irraggiungibili, personale che spesso scopre le novità insieme ai passeggeri. A Nairobi le comunicazioni ufficiali arrivano tardi, quando arrivano.

– passeggeri bloccati: chi è già in aeroporto rischia di restarci per ore. Chi deve partire farebbe bene a non presentarsi senza conferma scritta del volo operativo. Dormire in terminal non è raro, ma neppure confortevole.

– ripresa lenta anche dopo un accordo: quando (e se) lo sciopero viene sospeso, il traffico non riparte subito. Servono uno o due giorni per smaltire gli aerei fermi, gli equipaggi fuori posizione e i passeggeri accumulati.

In sintesi: a Nairobi lo sciopero non è un interruttore, è una diga che si chiude piano. E quando si riapre, l’acqua non torna subito al livello normale.

TAGS: scioperoaereivoliaeroportosindacati

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