L'angolo di Freddie

L'ANGOLO DI FREDDIE

Certe strade d'Africa

Dove la strada non è altro che una scusa

08-12-2025 di Freddie del Curatolo

Certe strade non sanno nemmeno loro dove vanno a finire.
C'è sempre qualcosa o qualcuno che può interromperle, deviarne il percorso, modificarne l'aspetto e la pelle d'argilla.
A volte si perdono in cento sentieri da bicicletta, oppure annegano in un fiume che non ha intenzione di farsi attraversare.
Altre volte si arrendono davanti ad una foresta che resiste alla mano avida dell'uomo, sempre più spesso incontrano l'asfalto che le evolve, uccidendone l'antico senso.
Poi, da un punto lontano della pista, arriva sempre qualcuno.
E' allora che certe strade si emozionano ancora.
Quando vedono passare donne con l’ombra pesante di una vita umile sulla testa, come una corona che il mondo non riconosce ma la vita sì.
Ragazzini che hanno voglia di andare a scuola a piedi nudi, che le scarpe ce le hanno nello zaino, e le devono calzare in classe ma guai a rovinarle sulla terra rossa per dieci chilometri ad andare e dieci a tornare.
Vi ronzano sciami di motociclette, alzano polvere e pensieri di cambiamento, di tempi veloci ed esigenze pratiche ed esistenze precoci.
E anche qualche vecchio, bofonchiante camion, che tossisce fumo e modernità, come un grosso animale alla fine dei suoi giorni che non si è ancora deciso se continuare a nutrirsi d’erba sempre più indigesta o accettare la morfina del carburante.
Certe strade, poi, fanno finta di niente.
Guardale lì, stese come animali stanchi sotto il cielo che cambia umore più spesso di un uomo occidentale e cerca di tenere a bada le nuvole scure che litigano fra loro su chi dovrà rovesciarsi per prima.
Sembrano dire “io continuo”, ma in realtà aspettano solo qualcuno che le prenda per mano, o magari che le lasci in pace.
Che non è affatto la stessa cosa, ma in Africa spesso coincide.
Sono strade che si svegliano ogni mattina con una nuova ruga d’argilla, una cicatrice scavata da una ruota troppo pesante o da una pioggia troppo sincera.
Che tremano per una ruspa che non promette nulla di buono, si fanno impiantare nuove arterie di drenaggio, per adattare il loro cuore alle esigenze degli altri.
Eppure resistono, mentre gli alberi ai lati fanno del loro meglio per non sembrare anziani, anche quando hanno rami che somigliano ad antenne arrugginite alla ricerca di un segnale impossibile.
Gli uccelli, per fortuna, li usano ancora come torri di controllo improvvisate: decollano, atterrano, annunciano partenze che nessuno documenterà mai.
Eppure è quando la strada si allunga verso l’orizzonte, serpentina distratta fra i cespugli, che tradisce la sua natura: vorrebbe solo arrivare da qualche parte.
Ma fa finta di non saperlo, chissà per sentirsi un po’ umana anche lei e dissolversi nel nulla con la stessa grazia con cui un sogno svanisce appena apri gli occhi.
E mentre tu cammini, o guidi, o semplicemente esisti sopra quella striscia di terra, capisci che la strada non è altro che una scusa.
Una scusa crudele e meravigliosa per continuare a cercare qualcosa che non sapevi di voler trovare, come tutto ciò che non ha mai chiesto di essere scelto.
L’Africa lo sa da sempre: si va avanti così, un passo dopo l’altro, lasciando che siano le strade, confuse, ostinate, poetiche a decidere cosa saremo quando arriveremo.
Se mai arriveremo.
 

TAGS: stradeFreddieracconto

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