DECALOGO
13-04-2026 di Freddie del Curatolo
Il mestiere di “odiatori professionisti” è una delle specialità degli italiani che, dal tradizionale campanilismo, dalle rivalità sportive e dalle appartenenze ideologiche, grazie ai social si è allargato ad ogni argomento e branca, che sia spettacolo, gossip, etnica etica o pathos.
Anche gli odiatori del Kenya hanno il loro patentino di professionisti, ed ogni giorno se ne scopre uno nuovo. Poi, per chi come me racconta questo Paese e gli italiani che vi si approcciano, lo frequentano, lo vivono o lo hanno vissuto, tocca approfondire.
E’ lì che ti accorgi che anche in questo caso c’è un metodo, un certo percorso da fare prima di arrivare a detestare il “proprio Kenya”, che nel 90 per cento dei casi si ferma alle destinazioni costiere. Per arrivare a odiare il Kenya bisogna applicarsi, con costanza, con una certa disciplina dell’errore. Perché questo Paese, se lo prendi per il verso giusto, rischia perfino di piacerti davvero. E allora addio alibi, specie con sé stessi. Guai ad arrivare anche solo minimamente a pensare di essere peggiori dell’ambiente che ci ospita.
Ecco allora una guida, un decalogo per scampare questo pericolo e diventare odiatori professionisti del Kenya e poter dire e scrivere sui social che “Il Kenya e i keniani fanno schifo”.
1. Arrivare a Malindi o Watamu con il cieco entusiasmo di chi è in fuga da qualcosa: il Belpaese, lo stress, le tasse, la famiglia, l'amore, la giustizia. Aver scelto il Kenya non tanto perché è “la culla dell’umanità” o “il futuro del pianeta”, ma perché ci si arriva facilmente con i voli charter, una donna di servizio costa 100 euro al mese e ci si può innamorare di un partner molto più giovane più o meno con la stessa cifra.
2. Invaghirsi inizialmente di tutto: il clima, la Natura, il mare, i ritmi di vita, l’accoglienza delle persone, i bambini, perfino le zanzare dopo aver chiesto loro se sono anofele. Trovare innanzitutto l’Africa sognata e vista nei documentari, per poi lamentarsi quando fa capolino quella vera, dietro le tendine di un tramonto o sotto il piatto di una colazione con frutta tropicale. Perché quando la corrente manca un giorno sì e uno anche, l’acqua è un lusso e i servizi sono una chimera, il documentario diventa un’autobiografia in soggettiva che non vi piace più.
3. Voler cambiare tutto subito. Arrivare con la missione: “Qui bisogna insegnare come si fa”, perché se l’Africa è rimasta così indietro, è sicuramente perché nessuno ha avuto la briga di spiegare bene come funziona il mondo.
Aprire attività, dare ordini, impartire lezioni di vita. Irritarsi quando il mondo locale non si adegua al vostro manuale operativo. D’altronde il bello del Kenya è che qui ci si può inventare un mestiere nuovo perché tanto qui nessuno è nato imparato e non esiste il professionismo. Poi è naturale invece incazzarsi perché poi non si riesce a trasmettere il proprio credo, figlio di tutt’altri presupposti, e formare uno staff capace, in sintonia con voi e con le vostre aspettative.
4. Conoscere, magari dopo una discreta cernita, ma a volte anche al primo colpo, una ragazza o un ragazzo "diversi da tutti gli altri" con cui instaurare una relazione che lei non vedeva l'ora di intraprendere perchè folgorata dal vostro fascino e dalla vostra intelligenza. Non vedere la povertà o, peggio, usarla a proprio vantaggio e venderla come sfondo esotico.
5. Affidarsi a kenyani con un curriculum rispettabile di camminatori da spiaggia per fare investimenti, semplicemente perchè parlano italiano, e traducono ciò che voi non capite. cioè tra inglese e swahili, praticamente niente. Non imparare una parola di swahili. Limitarsi a “asante” e “pole pole” detti male, pretendendo però di capire tutto, di essere capiti sempre e soprattutto di avere ragione. Perché se non ti intendi, il problema è loro. Sempre.
6. Avere conoscenza zero di leggi e norme del Kenya, ma in compenso essere convinti che sia tutto come in Italia, con la differenza che qui voi siete più importanti, perchè più ricchi della maggior parte dei keniani e più acculturati. Pagare senza chiedere, senza informarsi, senza confrontare. Poi scoprire che avete pagato il triplo. E trasformare la leggerezza in accusa: “Qui sono tutti truffatori” o “i bianchi sono limoni da spremere”.
7. Bearsi inizialmente della facilità con cui si può lavorare e investire in questo Paese senza permessi e licenze, grazie alla corruzione, senza temere di diventare vittime di continue estorsioni. Mi aiuti a trovare altri punti e un buon finale con la morale che è: avere equilibrio, non lanciarsi in facili entusiasmi per poi avere delusioni enormi, in facili giudizi per poi essere smentiti ecc... Il Kenya, nei suoi problemi e difetti endemici e nelle sue cose meravigliose, è comunque un esempio incredibile di coerenza, cosa che oggi manca a tanti di noi, che come banderuole cerchiamo un appiglio, un escamotage, una speranza, una vita migliore, spesso senza curarci di diventare migliori noi stessi.
8. Confondere il sorriso con la disponibilità infinita. Scambiare ogni “jambo” per un’apertura di credito, ogni risata per un’amicizia sincera, ogni cortesia per un contratto morale. Poi, quando scopri che il sorriso qui è cultura, non promessa, restarci male. Molto male. Pretendere gratitudine e pensare che basti essere lì, spendere qualcosa, “portare lavoro”, per meritare rispetto automatico. Quando non arriva, offendersi. Quando appare, con una modalità diversa, taciuta, non intuirlo e non apprezzarlo.
9. Vivere solo tra mzungu, frequentare solo italiani, “propri simili”, gente “che capisce”. Costruire una piccola Italia con vista oceano, imparando da quelli che “ti spiegano la loro Africa” e ti assicurano che è anche la tua, che “i keniani sono così” e non ce n’è uno diverso. Senza averli mai davvero frequentati, conosciuti, accettati, al limite anche ignorati con decenza e naturalezza.
10. Confondere i “tempi africani” e il vivere alla giornata con inefficienza, dopo che erano proprio le scansioni di una vita più lenta ad avervi affascinati, “ma un conto è quando sei in vacanza, un conto è quando ci vivi”, direte ai neofiti. Rendersi conto che qui le cose accadono quasi esclusivamente quando non vuoi tu. Pretendere che tutto funzioni non secondo le abitudini di questi luoghi e di questa gente, ma secondo la propria ansia occidentale, finendo per odiare ogni attesa, ogni ritardo, ogni domani.
Ed infine, se si vuole essere davvero sicuri di poter odiare il Kenya a ragion veduta, restate abbastanza a lungo da perdere ogni illusione che le proprie certezze fossero sbagliate e che una nuova vita non ha bisogno di bruschi risvegli, ma di dolci assopimenti e lenta consapevolezza. Quando l’innamoramento finisce e la comprensione non si è ancora affacciata, coltivate quella sensazione perfetta: lì nasce il vero odio: quello comodo, superficiale, rumoroso.
Ecco che magicamente, dopo aver seguito con cura tutti questi passaggi, potrete dirlo a tutti, sventolarlo sui social con rabbia vagamente spruzzata d’ironia.
“Il Kenya mi ha deluso” (Non senza una sequela di epiteti ed insulti, per dare più valore alla sentenza).
Sarete fieri di avere ragione e bollerete come “illusi” e coglioni coloro che vi risponderanno a tono, tacciandovi di razzismo, ignoranza o frustrazione.
"Ve ne accorgerete...e mi darete ragione" è sempre una frase ad effetto da spendere.
In effetti il Kenya vi doveva qualcosa, vi ha chiamato a sé, facendovi promesse che non ha mantenuto, alla fine vi ha chiesto molto di più di quello che vi ha dato, soprattutto perché non è riuscito a compiere il miracolo di cambiarvi in meglio, di non deludere voi stessi, di sorprendervi e tracciare nuove vie, invece di limitarsi a darvi solo quello che vi serviva.
Il Kenya ha la colpa di avervi mostrato che è esattamente ciò che mostra: contraddittorio, duro, generoso, stancante, meraviglioso, ingiusto e vivo. Tutto insieme, senza chiedere scusa di non adeguarsi a chi arriva qui con la sua indole di opportunista, di banderuola, di chi cerca salvezza, comodità, scorciatoie, vita nuova a basso prezzo. Di chi crede che l’equilibrio sia già compreso nel biglietto aereo e la saggezza nel visto d’ingresso.
Di chi ora sa che il Kenya è un sogno da comprare che prima o poi si trasforma in un invendibile incubo. Senza mai avere il dubbio che invece il suo cielo sia uno specchio, così grande e luminoso, da mostrarci per quello che realmente siamo, che possa mostrare anche ciò che non ci piace e farci accettare gli altri nella misura in cui impariamo ad accettare noi stessi.
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