L'angolo di Freddie

L'ANGOLO DI FREDDIE

David Bowie, da 10 anni su Marte con i nostri sogni

Ricordi e riflessioni dall'Africa verso "l'oltre"

10-01-2026 di Freddie del Curatolo

Oggi, a dieci anni dalla scomparsa di David Bowie, mi è venuto il sospetto, e non è neppure uno di quelli da bar del lungomare dopo la terza Tusker, che non solo su Marte non ci sia vita, ma che non ci sia un bel niente nemmeno dopo la morte.
Niente antenne aliene, niente angioletti di seconda mano.
Solo un grande silenzio cosmico, tipo il masai mara all'una del pomeriggio o la rotonda della Wayiaki Way di Westlands a mezzanotte, quando all’improvviso smettono di suonare i clacson.

Da ragazzo però la pensavo diversamente.
Per me quel che c'era dopo era già il presente, la mia fede era il mondo, il mio credo l'umanità.
Avrei voluto infilarmi nelle vite degli altri come su un matatu per Mombasa: senza biglietto ma con la certezza di poter piantare da qualche parte una bandierina dell’intimità.
Mi illudevo che le persone fossero pianeti ospitali, con i loro mari di emozioni nobili e le loro desertificazioni di meschinità da esplorare a piedi scalzi.
Che delusione cosmica...almeno in parte. 

Ero alle medie quando sentii per la prima volta David Bowie.
Lui cantava “Life on Mars?”, che già nel titolo sembrava farmi una domanda personale, con quel punto interrogativo appeso come un festone in un luna park in bassa stagione.
La canzone ti entrava dentro con una dolcezza spiazzante, e allo stesso tempo ti sparava addosso manciate di brillantini come certi maghi da villaggio turistico. Non era rock duro, non era neppure morbido: era un’altra gravità, un’altra aria.
Era lui, insomma.

Bowie era il luna park stesso.
Le luci. Il trucco. Gli specchi deformanti che ti facevano venir voglia di essere qualcos’altro.
Mi procurai il vinile trafugando spiccioli dalla nonna, come miei coetanei facevano per l’hashish. Ogni traccia di Hunky Dory era un pianeta, o almeno un satellite di una galassia che somigliava a un musical inventato per farci credere che la vita fosse più interessante di com’è davvero.

Era un mimo e un acrobata, un arlecchino e un pierrot.
Ballava come Lindsay Kemp, recitava come fosse Keith Carradine in una serata di luna piena. Sapeva cantare come un ragazzino innamorato e poi trasformarsi in una specie di licantropo da palcoscenico nel ritornello successivo.
Era sensuale e repellente, angelico e malizioso, serpente e mela. Una forma di arte visiva che partiva dal suono e finiva nella tua immaginazione, se non nei tuoi capelli.

Già, i capelli. Alcune amiche si tingevano di arancione, convinte che quel colore aprisse le porte di Berlino e che Bowie uscisse dalle fabbriche dismesse come un’apparizione. Aspettai i 14 anni di una di loro per andare a vedere Christiane F. al cinema, come se il biglietto d’ingresso alla loro adolescenza complicata passasse da lì.

Intanto mi domandavo se fosse legale – nella mia piccola costituzione sentimentale – amare allo stesso tempo il punk, il rock’n’roll, Fabrizio De André e quell’istrione che faceva impazzire proprio le ragazze di cui, puntualmente e senza speranza, mi innamoravo.

Grazie al "Duca Bianco" ho capito presto che i generi non contano. Le etichette le metti sui barattoli di marmellata, non sulle emozioni. Non c’è politica o pregiudizio che possa fermare l’onda lunga di una musica che decide di toccarti. Ci sono gli Artisti Totali – quelli che spalancano universi – e poi c’è la manovalanza onesta che magari ti strappa un sorriso.
Bowie è uno dei pochi che mi hanno seguito in Africa, dove spesso privilegio la musica, classica o jazz, alla forma canzone, per non farmi sussurrare troppo, che già ho le orecchie tese a cercare le parole dei grandi silenzi o i versi degli animali, oppure stanche dal vociare dei bambini, da dialetti mai compresi e rumori della civiltà nell’aggressività di dover recuperare sul tempo perso, senza sapere che in buona parte era il suo vero tesoro.

Bowie era un’orbita a sé, e mi ha insegnato che se davvero su Marte non c’è vita, e se dopo la morte non ci aspetta nessuno con un tè caldo, allora tanto vale esplorare quel pianeta complicato che ci portiamo dentro. È lì che si trovano le vere galassie: basta avere il coraggio di decollare ogni tanto, anche senza tuta spaziale. E più questo mondo e questa società ti fa schifo, più avrai sempre bisogno di volare con la musica, con un libro, un film o una suggestione artistica. E di cantare "Ch-ch-ch-ch-changes, Turn and face the strange, don't want to be a richer man..."
 

TAGS: Bowiecanzoneimmaginazionetusker

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