ALTRE AFRICHE
08-04-2026 di Freddie del Curatolo
Se ancora oggi ascolti quella voce che piange, danza su un pentagramma come fosse un rito zulu e allo stesso tempo ha gli svolazzi e la dolcezza di un'upupa, o ti emozioni oppure l'Africa non ti ha mai penetrato fin nel fondo del cuore.
Era quella voce che diventava insieme, che si faceva precedere, sorreggere, inseguire ed infine abbracciare da un coro caldo e meraviglioso. Quella voce che incantò Paul Simon che la volle, con tutti i suoi compari, i Ladysmith Black Mambazo, nell'immortale album "Graceland". Quella voce che racconta di un ragazzo che aveva i diamanti sotto le suole delle scarpe e che soprattutto parla dei senza speranze, dei senza futuro, dei senza patria nella loro patria. "Ho un posto che posso chiamare il mio, è lì che vado finché la notte non muore, viaggio con la mente e nel mio cuore, nessuno sa quando mi spingo così lontano. In questo letto dove riposo sono senza casa, questa casa la conosco meglio di chiunque altro, ma sono senza casa" (Homeless).
Quel sinuoso lamento celestiale, quel melodioso tripudio malinconico, se n'è andato ieri a 77 anni, dopo averne passati 56 nel gruppo vocale più famoso d'Africa e, se non fosse che invece di cose belle, da un po' di tempo siamo bombardati solo da notizie squallide, del mondo.
Dopo, resta sempre quel silenzio un po’ irreale, che dall'attesa passa in pochi secondi allo smarrimento.
Non è il silenzio dell’assenza totale, ma quello di quando sai che qualcosa prima o poi continuerà a suonare, sì, però con una crepa invisibile, come un'anomalia nelle corde vocali del destino.
Albert Mazibuko non era il volto più celebre, iconico dei Ladysmith Black Mambazo, e forse proprio per questo era uno dei più necessari. Di quelli che non stanno davanti, ma l’appoggio senza i quali quelli davanti non possono spiccare il volo. Una presenza costante, disciplinata, quasi ostinata nel rimanere fedele a un’idea di musica che oggi sembra fuori moda: quella in cui l’io conta meno del noi.
Entrato nel gruppo quando il Sudafrica era ancora una ferita aperta e dichiarata, ci è rimasto per oltre mezzo secolo, attraversando epoche, presidenti, illusioni e disillusioni. Senza mai cambiare postura. Senza mai trasformare quella musica in un prodotto qualsiasi. Gospel contro l'apartheid, poi la gloria di Mandela, infine l'amarezza per una libertà che a sua volta si è trasformata in sopruso, in ingiustizia, in regolamento di conti.
Sì, Mazibuko e i Ladysmith cantavano la vita in Sudafrica, nella modalità più alta possibile.
Fate un favore, andate a riascoltarli.
L’isicathamiya – che per molti è solo una parola difficile – nelle loro mani diventava qualcosa di fisico: passi leggeri, armonie costruite come case di fango e vento, precisione quasi religiosa. Non era folklore da esportazione, ma identità pura. E Mazibuko era uno di quelli che quell’identità la tenevano in piedi, sera dopo sera, palco dopo palco.
Quando Paul Simon li portò dentro Graceland, il mondo si accorse di loro. Ma loro, in realtà, esistevano già da tempo, e soprattutto esistevano per se stessi. Non avevano bisogno dell’Occidente per legittimarsi, semmai è stato il contrario: è stato quel disco a prendere in prestito un’anima che non gli apparteneva.
Eppure, nonostante i Grammy, le tournée, le standing ovation nei teatri dove il pubblico ascolta seduto e composto, i Ladysmith Black Mambazo sono rimasti sempre un po’ altrove. Come se la loro vera casa non fosse il palco, ma quella linea sottile tra nostalgia e resistenza.
Mazibuko incarnava esattamente questo: la continuità. In un mondo che cambia tutto per non perdere attenzione, lui è rimasto uguale per non perdere senso.
E allora la sua morte pesa in modo strano. Non è solo la scomparsa di un artista, ma di un modo di stare insieme. Di respirare insieme. Di costruire bellezza senza bisogno di urlarla.
Forse è per questo che fa più rumore di tante notizie che gridano e poi spariscono. Perché qui non c’è scandalo, non c’è spettacolo, non c’è indignazione facile. C’è solo una lunga storia che si accorcia di una voce.
E il problema è che certe voci non le sostituisci. Al massimo, le continui, le imiti, anche bene magari, perchè di voci belle e intense ce ne sono, specie in Africa.
Ma non sarà mai esattamente la stessa cosa.
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