L'angolo di Freddie

EDITORIALE

Senegal-Marocco, la follia e l'istinto dell'Africa

Considerazioni sulla finale di Coppa d'Africa 2026

19-01-2026 di Freddie del Curatolo

E poi chiedetemi se non è Africa questa.
Una finale giocata in casa dal Marocco, con Rabat vestita a festa come una sposa promessa da più di mezzo secolo a un trofeo che non arriva mai, come le buone notizie dal Sahel.
Cinquantaquattro anni di attesa e cous-cous d'agnello, pesante, dignitosa e ostinata.
Contro una squadra che è tutto tranne che un agnello sacrificale.
Tribuna piena di ministri, ex calciatori, ambasciatori, sorrisi stirati e mani pronte ad applaudire la Storia scritta in anticipo.
Di fronte, appunto, la squadra più titolata del continente, ma anche una squadra ferita, monca, privata di almeno tre uomini chiave.

E a dirigere tutto, come spesso accade quando la posta è troppo alta, un arbitro che viene da lontano e che non sai mai se fischia con il cuore, con la paura o con il telefono che vibra in tasca.
Congolese, Jean-Jacques Ndala. Nome elegante, serata tres, tres fort come avrebbero cantato i suoi conterranei Staff Benda Bilili.
La repubblica democratica ci ha già regalato una delle immagini più evocative, tra memoria e ironia, di questa coppa d'Africa: il tifoso che alle partite della sua nazionale rimaneva immobile in posa di saluto, perfettamente vestito e truccato come il leader della rivoluzione congolese Patrice Lumumba.

Il calcio africano è questo, quel che oggi in Europa difficilmente si ritrova, tra procuratori e tatuaggi, tra fidanzate influencer e scene madre in area di rigore. "L'ultima rappresentazione sacra dei nostri tempi", come scriveva Pier Paolo Pasolini.
Ma una partita di calcio in Africa vive anche delle contraddizioni tutte del continente e di un equilibrio instabile tra bellezza e sospetto.
Tra il sogno, la buona volontà, la rabbia e il “vediamo come va a finire”. Tra riti propiziatori voodoo e preghiere animiste.

Al novantesimo sembra che andrà a finire male.
Un gol del Senegal annullato, un fallo che nessuno ha visto tranne chi aveva bisogno di vederlo.
La VAR, muta, come se nessuno le avesse detto di essere stata creata anche per i paesi in via di sviluppo.
Silenziosa come certi testimoni nei processi sbagliati.
Lo stadio respira, l'Africa nera si indigna.
il Marocco resta in vita, il Senegal mastica rabbia.

Poi, al novantaquattresimo, il colpo ancora più grosso.
Un rigore. Dubbio, tenero, fragile come certi alibi. Un rigore che in Africa vale più di un gol, perché non è solo una decisione tecnica: è una sentenza sociale. È la somma di troppe cose viste e subite.

E lì succede qualcosa che non si insegna nei corsi UEFA.
Succede l’Africa che non ci sta. I giocatori del Senegal se ne vanno. Camminano via dal campo come si fluisce via da un’ingiustizia quotidiana, da un ufficio pubblico, da un posto di blocco, da una promessa tradita.

Non è teatro. È memoria. È istinto.
È dire: “No, non anche qui. Non anche nel posto che ci ha salvato dalla strada, dalla polvere, dal nulla”.
Per diciassette minuti il calcio si ferma.
E quando il calcio africano si ferma, non è mai solo per il gioco.
È per tutto il resto.
Non sarà mai una pausa, è il momento più alto della partecipazione africana.
Siti e quotidiani scriveranno "finale pazza".
Non è follia, o forse lo è, ma è soprattutto ribadire che questo continente è vivo, e il paradosso oggi è la forma espressiva più immediata per ribadirlo.
Diciassette minuti in cui vibrano i banconi dei locali di Dakar, fermentano alcolici artigianali nei chioschi di Bangui, rimbombano i vocioni di avventori di Yaoundè, rotacizzano maturi fumatori di Addis Abeba, spalancano preghiere su soffitti incerti milioni di magrebini.

Poi mezzo continente riemerge, i calciatori rientrano dagli spogliatoi grazie al capitano Sadio Mané, che in quel momento non è più un calciatore ma un fratello maggiore, uno che sa che la dignità va difesa, ma che la partita va finita.
Che certe battaglie si combattono restando in piedi.
E che la scure dell'ordinamento mondiale non prevederebbe un ulteriore dazio di Trump, ma la squalifica dai prossimi mondiali.

Il rigore viene battuto.
Brahim Diaz, l'uomo del Real Madrid, il mezzo sangue dell'estabilishment prova il pallonetto. 
Forse non lo sa, ma a questo punto è quasi offensivo nella sua leggerezza.
Il portiere Edouard Mendy la prende come si prende una bugia mal detta. Diaz piange. Lo stadio ammutolisce.
E lì l’Africa ritrova il suo volto più intimo.
Quello che da sempre all'ingiustizia contrappone una redenzione talmente improvvisa che spesso coincide come un coro gospel impercettibilmente sfalsato.
È karma a tempo supplementare.

Nei minuti dopo, il Senegal gioca come chi ha ricevuto una seconda possibilità e sa di non poterne sprecare una terza.
Pape Gueye segna un gol che è un colpo secco, pulito, inevitabile.
L’unico gol subito dal Marocco su azione in tutto il torneo.
Proprio quello che conta.

Piove su Rabat. Che strano, non piove quasi mai quando l’Africa deve lavarsi la faccia dalla terra sporca.
I marocchini restano lì, increduli.
I senegalesi esultano senza arroganza, come chi sa di aver vinto qualcosa di più di una coppa.
No, non ricordatela come una finale "folle", ma come puro istinto.
Per chi conosce l’Africa, non è follia. È coerenza. È il solito confine sottile tra ordine e caos, tra potere e orgoglio, tra fischio e coscienza.

Alla fine vince il Senegal. Vince il calcio che non accetta tutto.
Vince l’istinto africano che ogni tanto dice basta. Vince l’idea che, anche nel continente delle storture, ogni tanto il lieto fine arriva. Stanco, bagnato, discutibile. Ma arriva.
E chiedetemi ancora se non è Africa questa.

TAGS: Senegalcoppatorneocalcio

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