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STORIE KENIANE

L'addio al calcio di Wanyama, si ritira il più grande giocatore keniano

Unico a militare nella Premier inglese, simbolo ed esempio per migliaia di giovani

06-04-2026 di Freddie del Curatolo

A Muthurwa, non lontano dal più grande mercato della capitale Nairobi, tra il rumore dei matatu e la polvere che si attacca ai sogni, qualcuno ricorda ancora quel ragazzo alto e silenzioso che correva dietro a un pallone come se fosse una promessa. Si chiamava Victor Wanyama, e per un Paese intero è diventato molto più di un centrocampista, è stato un simbolo per migliaia di connazionali, un sogno di riscatto con la maglia numero 12.
Ci sono carriere che si leggono nei numeri e altre che si capiscono nei silenzi. Quella di Victor Wanyama, finita a 34 anni, è fatta di stadi pieni lontano da casa e di un Kenya che, ogni volta, si stringeva un po’ di più davanti alla televisione.
Victor Wanyama ha scelto così il suo congedo. No un addio rumoroso, non una passerella. È più una porta che si chiude piano e mai completamente, come succede nelle case di Nairobi quando la sera entra prima che tutti siano tornati.
Una frase semplice, affidata a un social, senza trombe né bandiere: basta calcio, grazie.

Eppure, per il Kenya, non è mai stato solo calcio.
Victor era il ragazzo di Muthurwa che ce l’aveva fatta davvero. Che aveva smesso di scaricare casse di patate a 12 anni per iniziare ad allenarsi seriamente, perchè lì se anche nei sogni non ci metti fatica e sudore, dal letto passano alla bara senza che te ne accorgi.
C'era anche il talento, che se lo annaffi di costanza e volontà, qui sboccia come i fiori spontanei ai bordi delle strade dissestate e profuma di storie vere. Non come nei racconti gonfiati dei bar, ma sul serio: Europa, stadi veri, soldi veri. Prima il Belgio, grazie ad un talent scout locale, poi la Scozia con il Celtic, dove cominciò a farsi conoscere anche fuori dall’Africa. Non tanto per i gol, che non erano il suo mestiere, ma per quella presenza ruvida, essenziale, quasi operaia. Un centrocampista che non chiedeva applausi ma li otteneva lo stesso.

Poi arrivò la chiamata che in Kenya suonava come un miracolo laico: la Premier League. Il Southampton lo prese, e improvvisamente quel ragazzo diventò il primo keniota a giocare nel campionato più visto del mondo. Non un’apparizione, non una comparsa: 85 partite, sudore e disciplina.
Quando passò addirittura al Tottenham Hotspur, sotto la guida dell’argentino Mauricio Pochettino, sembrò che la sua parabola potesse diventare leggenda piena. Per un po’ lo è stata: titolare, affidabile, uno di quelli che tengono in piedi le squadre senza finire nei poster.
E poi, come spesso accade, il calcio ha presentato il conto: infortuni, scelte, traiettorie che si piegano. Canada, con il CF Montréal, e infine un ritorno quasi romantico in Scozia, al Dunfermline Athletic. Poche partite, tante camminate. Un cerchio che si chiude, senza clamore.

In nazionale, con la nazionale, le Harambee Stars, è stato qualcosa di più di un capitano. Sessantaquattro presenze, una fascia portata con la serietà di chi sa che dietro di sé non ha solo compagni, ma un Paese che cerca continuamente qualcuno in cui riconoscersi. Ha smesso anche lì, tra incomprensioni e qualificazioni mancate, come succede spesso da queste parti: senza che le storie finiscano davvero, ma semplicemente si interrompano.

Per noi italiani, il cognome Wanyama suona familiare soprattutto per via del cugino MacDonald Mariga, quello del Triplete con l’Inter Milan di José Mourinho. Ma in Kenya le gerarchie sono sempre state chiare: Victor era il più forte, e soprattutto il più rappresentativo. Quello che non ha solo vinto, ma ha aperto una strada.

Ecco, forse è questo che resta. Non i quattro gol con il Southampton, non i tackle a centrocampo, nemmeno quella bomba ad Anfield che per un attimo fece alzare un sopracciglio all’Europa intera. Resta l’idea che da Muthurwa si possa arrivare ovunque.

In un Paese dove il talento spesso si perde tra burocrazia, campi polverosi e promesse non mantenute, Victor Wanyama è stato una smentita vivente. Non una favola, ma una prova.

E quando uno così smette, il calcio keniota torna quello di sempre: pieno di ragazzi che corrono con un sogno nel cuore e una maglia numero 12 davanti agli occhi, ma con meno certezze su dove possano arrivare.

TAGS: WanyamacalciatoreHarambee StarsMarigaPremier League

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