KENYA NEWS
20-02-2026 di redazione
La siccità che già sta piegando uomini e allevamenti in diverse contee del Kenya minaccia ora anche il patrimonio più antico e fragile del Paese: la sua fauna selvatica. Non solo gli erbivori, che vedono sparire erba e acqua sotto i propri zoccoli, ma anche i predatori, destinati a inseguire prede sempre più magre, fino a diventare essi stessi vittime di una catena che si svuota dall’inizio.
Il Kenya Wildlife Service, che di solito si occupa di difendere gli animali dai bracconieri, si trova oggi a combattere un nemico molto più implacabile: il cielo.
Il direttore generale Erustus Kanga ha annunciato una serie di misure urgenti per evitare una nuova strage come quella del 2022, quando la sete uccise centinaia di animali iconici: 205 elefanti, 512 gnu, 381 zebre comuni, oltre a bufali e rare zebre di Grevy. Numeri che non raccontano solo morti, ma vuoti lasciati nella memoria della savana.
Il piano di emergenza prevede la costruzione e la riparazione di pozzi in contee già allo stremo come Kilifi, Taita Taveta, Kwale, Isiolo, Tana River, Marsabit e Turkana. In alcune di queste aree, l’acqua verrà trasportata direttamente con autocisterne, un gesto che ha qualcosa di disperato e insieme di eroico: portare la pioggia su quattro ruote, dove le nuvole non arrivano più.
Accanto all’acqua, arriverà anche il cibo. Integratori alimentari saranno distribuiti al bestiame nelle zone vicine ai parchi nazionali più vulnerabili, come Tsavo East, Tsavo West, Meru, Kora e Sibiloi. È una misura pensata soprattutto per proteggere gli equilibri: animali domestici più sani significano meno incursioni nei parchi e meno conflitti con la fauna selvatica, che a sua volta sarà meno tentata di avvicinarsi ai villaggi.
Il governo ha promesso uno sforzo economico imponente: quattro miliardi di scellini al mese per sostenere persone, animali e risorse, mentre altri due miliardi sono stati richiesti ai partner internazionali. Ma anche queste cifre, per quanto enormi, sembrano fragili di fronte a un fenomeno che non si lascia comprare né convincere.
Il paradosso è che la fauna selvatica keniana non è mai stata così numerosa negli ultimi anni. Gli elefanti sono saliti a oltre 42.000 esemplari, i rinoceronti hanno superato quota 2.100. Numeri che raccontano una storia di successo nella conservazione, ma che oggi rendono la siccità ancora più pericolosa: più animali significano più bocche assetate, più corpi che competono per le stesse risorse ormai insufficienti.
E quando l’acqua finisce, finiscono anche le distanze. Gli elefanti entrano nei campi, le iene si avvicinano alle capre, i predatori seguono le prede fino ai confini delle case. Negli ultimi quindici anni, oltre 57.000 incidenti di conflitto tra uomo e fauna selvatica sono stati registrati in Kenya, con un picco drammatico proprio negli anni più secchi.
Il Kenya Wildlife Service ha già intensificato le pattuglie, installato nuove recinzioni elettrificate e persino utilizzato elicotteri per allontanare gli elefanti dalle coltivazioni. Le comunità sono state avvertite del rischio incendi, perché in una terra dove tutto è secco, basta una sigaretta per accendere una tragedia.
Ma la verità è che nessun elicottero può inseguire la sete. Nessuna recinzione può fermare un animale disperato. Nessuna autocisterna può sostituire una stagione delle piogge.
La savana keniana è sopravvissuta a secoli di siccità, guerre e bracconaggio. Ma oggi si trova davanti a una sfida diversa, più subdola, che non arriva con il rumore dei fucili ma con il silenzio delle nuvole assenti.
E mentre uomini e animali alzano lo sguardo allo stesso cielo vuoto, resta una sola speranza: che la prossima pioggia arrivi prima che il silenzio diventi definitivo.
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