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Effetto virus: uomini in gabbia e savana libera

Il "mondo rovesciato" che speriamo insegnerà qualcosa

13-04-2020 di Giovanna Grampa

Metà della popolazione di tutto il mondo vive confinata nelle proprie case, privata delle libertà personali a causa dell’epidemia in corso.
Il mondo è cambiato troppo in fretta e nessuno di noi era preparato.
Anch’io, come tutti, sono chiusa in casa da più di un mese, circondata da un insolito silenzio, mentre fuori l’aria è primaverile e la natura intorno prosegue la sua vita, giorno dopo giorno.
Il tempo in questo periodo non manca.
Refrattaria al maledetto schermo da troppi giorni monotematico con la sterile conta dei morti e dei contagiati, insofferente ai sermoni di esperti e talvolta non esperti, spesso in contrasto tra loro, ho bisogno di alleggerire la tensione di una segregazione forzata che mi costringe ad una solitudine pensosa, consapevole però che la voce della savana in me non si è spenta.
Rivedo vecchie foto e le immagini ritornano vivide e fresche agli occhi della mente, accompagnate dagli odori e dai suoni dell’Africa come in una lanterna magica e improvvisamente la nostalgia diventa dolore insopportabile di chi vuole tornare “a casa”.
Tra esse, una in particolare, mi riporta alla realtà della mia savana urbana: un elefante che guarda all’interno del punto di osservazione del Voi Safari Lodge allo Tsavo East. Allora, ricordo, mentre scattavo la foto, fu una emozione particolare e sorridendo tra me pensai che, per una volta, un animale della savana poteva ammirare compiaciuto un umano dietro le sbarre, in gabbia.
Oggi è una triste realtà e mi soffermo a pensare un mondo alla rovescia, immerso in una miriade di restrizioni mentre le mascherine che ci mettiamo altro non sono che il simbolo fisico della nostra prigione. Vere e proprie museruole di ogni tipo che ci regalano, tristemente, attimi di vita senza guardarci in faccia, negandoci anche il calore di un semplice sorriso. Ho bisogno di un tappeto volante per evadere dalla realtà e far volare la mia mente prigioniera chiedendo consolazione alla savana, alle ore trascorse (ieri) ad osservare la natura e i suoi abitanti   mentre oggi mi sorprendo a volte nel pensare alle similitudini tra noi e gli animali, troppo spesso schiavi delle restrizioni imposte dall’uomo. A partire dai miei cani che mi guardano stupiti quando indosso una museruola per uscire di casa. Leggo nei loro occhi una subdola soddisfazione perché solo ora posso capire quanto sia scomoda e umiliante indossarla perché obbligati. Penso al confinamento degli animali negli zoo, o strutture quali bioparchi e simili, che sappiamo incidere profondamente sulla loro salute psico-fisica per cui facilmente subentra stress e noia. E adesso l’animale -uomo sta vivendo sulla propria pelle gli stessi disagi psicologici che si ripercuotono negativamente sulla vita quotidiana, proprio perché in gabbia. C’è sempre un limite invalicabile oltre al quale non possiamo andare. Siamo smarriti e non sappiamo come muoverci, anzi non ci muoviamo affatto!
Praticamente non possiamo varcare la soglia del nostro cancello per uscire: hanno bloccato i nostri flussi migratori come noi li abbiamo bloccati a tanti animali della savana costruendo ferrovie, centri urbani, muraglie insormontabili.
Ora capiamo anche la distanza di sicurezza che spesso gli animali mettono in atto alla vista di un pericolo, non ultimo l’uomo.
Noi ora lo chiamiamo “distanziamento sociale” che ci obbliga però a stare distanti l’uno dall’altro magari in fila al supermercato tutti bardati, la faccia coperta, con occhi diffidenti perché la possibilità di contagio rende sospettosi, egoisti, malinconici.
Dondoliamo rassegnati con il nostro carrello della spesa come elefanti che scendono al fiume per abbeverarsi e la mente corre in savana quando zebre o giraffe s’allontanano alla vista di un’auto: corrono più lontano impaurite dal pericolo, per poi bloccarsi a debita distanza a guardare incuriosite e sospettose, allontanandosi rassicurate in fila indiana.
In questi giorni difficili si riscopre anche il valore della famiglia, soprattutto dove ci sono bambini. E come in natura gli animali si prendono cura dei cuccioli, le madri umane ora hanno tutto il tempo per dedicarsi all’educazione dei propri figli. Il gioco svolge una forte funzione di stimolo intellettivo e si esplica nell’interazione con l’ambiente naturale, con i parenti e i consimili: abitudini valide per uomini e animali.
Devo però forzatamente fare tesoro del tempo ritrovato e tenere un certo distacco dal catastrofismo generale per non cedere alla malinconia e guardare oltre godendomi anche i tramonti, le albe e i fiori della primavera: è uno spettacolo che mi affascina e mi fa pensare positivo. L’aria è pulita, il cielo è più terso mentre la natura rivive e riprende i suoi spazi nel silenzio inusitato del giorno.
Emozioni vissute anche nella “mia” savana africana. La terra comincia a guarire e in questo inedito e inaspettato scenario le nostre città sono molto più wild di quanto credevamo fino a poco tempo fa. Gli animali selvatici si godono le città vuote che nel giro di poche settimane si sono trasformate in giungle urbane invase da ogni sorta di animali selvatici: ci si accorge di colpo che nelle lagune ci sono pesci, nei prati le lepri, cinghiali con cuccioli, volpi nei centri storici, e nei cieli gli uccelli che gorgheggiano felici e indaffarati nel preparare i loro nidi.
Gli animali, appena c’è un po’ di tranquillità rimettono fuori la testa e il vivente-non umano, per una volta, se la passa meglio di noi. E’ uno dei pochi effetti positivi di questa emergenza che non sappiamo quando finirà: il veder gli animali selvatici non in posizione di allerta è un privilegio proprio di questi giorni. Sono anche ritornati stormi di rondini dall’Africa per nidificare e riprodursi, un rito che si rinnova ogni primavera con una precisione incredibile, portando una ventata di allegria e di speranza aggiuntiva.
Prima o poi tutto finirà e quando finalmente torneremo liberi ritornerà l’abbraccio fra le persone, gli occhi torneranno a sorridere e ci saluteremo come gli elefanti, con sonori barriti di gioia e intrecci di proboscidi. Ad Maiora! Ci saranno tempi migliori per i nostri sorrisi e gli abbracci affettuosi.
Per ora in questo tempo sospeso fra reale e irreale continuo a chiedere consolazione alla mia savana urbana, in attesa di rivedere quella africana emozionante e desiderata più che mai, facendo mie le parole del regista Pupi Avati:” E’ come se fosse rotta la pellicola: vorrei che il film ripartisse!”

TAGS: tsavo kenyavirus savanacoronavirus kenya

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