EDITORIALE
28-11-2025 di Freddie del Curatolo
La bellezza del Kenya è che è un paese di giovani.
Per questo probabilmente è un paese allegro.
Il grande chansonnier francese Léo Ferré cantava "non si può essere seri a 18 anni", e così questo Paese giovane ti trascina nel suo gorgo di ingenuità, pulsioni, infantilismo, intuizioni geniali, cialtroneria, peccati veniali, scoppi di risate e di petardi, sotterfugi, ignoranza ma anche grandi aspettative, talento da coltivare...in una parola sola: futuro!
Dunque è un Paese allegro.
Nonostante tutto, verrebbe da aggiungere.
Nonostante la politica da oratorio distratto e quella schiacchiasassi e lamiere, i blackout da prese in giro cosmiche, la sanità che se fosse "malasanità" come diciamo noi, almeno vorrebbe dire che c'è, le strade che sembrano uscite da un album di ricordi mal riposti, le ferite della storia e quelle del presente.
Eppure giovane. E perché no, perfino felice.
A volte mi chiedo se la felicità, da queste parti, non abbia trovato il modo di mimetizzarsi nei difetti: un sorriso che spunta durante una coda infinita, un pallone sgonfio che fa da scusa per sentirsi Messi in un vicolo sabbioso, una scuola che non ha banchi ma ha sogni, e che quindi vince comunque uno a zero sulla nostra Europa stanca, col fiato corto e le ginocchia che fanno male quando cambia il tempo.
Qui ogni cosa sembra provare a diventare qualcos’altro, anche solo per gioco.
Il motorino traballante che si improvvisa taxi, il ragazzino che vende cocco e sogna la Silicon Valley mentre affetta le sue noci con una precisione da cardiochirurgo, la nonna che non ha mai studiato ma dispensa filosofia meglio di un podcast motivazionale.
È un Paese che si inventa, si reinventa, e spesso si dimentica di essere povero. Forse è questo il suo vero segreto: non ha il tempo di deprimersi, perché deve vivere.
E vivere, in Africa, è un verbo che non ammette rimandi: o lo coniughi subito, o te lo portano via i venti dell’Oceano, la polvere rossa, i mercati improvvisati che spuntano come funghi, l’alba che brucia troppo in fretta.
Così il Kenya continua a crescere senza accorgersene, come un adolescente che un giorno inciampa e scopre che il pantalone gli arriva alle caviglie.
E noi, che qui ci arriviamo con la nostra esperienza pesante, il nostro cinismo occidentale e la presunzione di poter spiegare tutto, finiamo per sederci a bordo campo a guardare i ragazzini giocare.
E con grande sorpresa, ci accorgiamo che non abbiamo più fiato come loro, che il cuore fa più fatica ma è anche più contento, e che quel pallone sgonfio è l’unica vera cura contro il logorio della modernità.
La verità, che nessuno in Kenya ti dirà apertamente per pudore o perché non serve, è che qui non smetti mai di essere giovane.
È il Paese che te lo impone, come una medicina miracolosa ma senza bugiardino. E infatti ci caschi: ridi di sciocchezze, ti arrabbi per nulla, ti lasci stupire da un tramonto che hai già visto mille volte, credi ancora che domani andrà meglio, e magari è pure vero.
Perché il Kenya — e con lui buona parte dell’Africa — è quel miracolo che ti fa restare giovane in mezzo a un mondo che muore di noia e di vecchiaia.
È la prova vivente che si può ancora correre, credere, sbagliare, ricominciare, e soprattutto ridere.
Che poi, alla fine, è la maniera più semplice per tenere lontana la morte: ridere forte, così non ti sente arrivare.
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