Editoriali

EDITORIALE

Il neocolonialismo tra i rifiuti del Kenya

La linea africana tra propagandare il riciclo e smaltire

10-04-2026 di Freddie del Curatolo

Una volta dall’Africa partivano oro, avorio, spezie.
Oggi arrivano televisori morti, computer stanchi e frigoriferi che non raffreddano più niente, nemmeno le coscienze.
Il colonialismo, si sa, cambia abito ma non mestiere.
Prima prendeva risorse e lasciava cicatrici. Oggi fa il contrario: lascia rifiuti e si prende la coscienza pulita.
Lo chiamano “second life”, “donazioni”, “tecnologia accessibile”. Ma spesso è solo ferraglia con ancora un ultimo respiro, giusto il tempo di attraversare un oceano e morire in Africa.
Secondo i dati più recenti, circa il 70% delle apparecchiature elettroniche che entrano in Kenya è importato, spesso già vicino alla fine del suo ciclo di vita.
Tradotto: non sono strumenti per colmare il digital divide, ma bombe a orologeria travestite da progresso.
E infatti il conto arriva. Sempre.
Il Kenya produce già oltre 50.000 tonnellate di rifiuti elettronici l’anno, ed è il flusso di rifiuti che cresce più velocemente nel Paese. Ma la vera beffa è un’altra: solo circa l’1% viene riciclato formalmente . Il resto finisce dove finiscono le cose che non vogliamo vedere: nelle periferie, nelle discariche informali, nelle mani nude di chi non ha alternative.

A Korogocho, a pochi chilometri dai palazzi di Nairobi che guardano al futuro digitale, il futuro ha già fatto cortocircuito. Qui i rifiuti elettronici arrivano, vengono smontati, bruciati, sciolti. Non in laboratori sterili, ma su pezzi di terra nera, tra baracche e bambini.
Il prezzo lo pagano loro. Quasi sempre loro.

Il 61% dei raccoglitori di rifiuti elettronici in queste aree dichiara problemi di salute: polmoni che si chiudono, pelle che si apre, corpi che si arrendono. E dentro quei fumi ci sono nomi che suonano come un elenco di veleni: piombo, cadmio, sostanze cancerogene.
Ma attenzione: non è solo una tragedia. È anche un’economia.
Perché dentro quella spazzatura ci sono rame, alluminio, persino oro. E quindi qualcuno scava, brucia, recupera. Sopravvive. L’e-waste è allo stesso tempo veleno e salario, malattia e possibilità. È il paradosso perfetto del nostro tempo globale: ciò che uccide, dà da vivere.

E allora la domanda non è più tecnica. Non è “come smaltire meglio”. È politica, quasi morale: perché il mondo ricco può permettersi di esportare il proprio problema?
La risposta, se vogliamo essere sinceri, è semplice e antica: perché può.
Perché il sistema globale funziona ancora come una vecchia nave coloniale, solo che al posto delle spezie ci sono rifiuti, e al posto delle compagnie delle Indie ci sono catene logistiche più eleganti. Il meccanismo è identico: esternalizzare il costo, internalizzare il profitto.
E così l’Africa, che produce meno rifiuti elettronici rispetto ad altri continenti, diventa comunque una destinazione finale di quelli altrui . Una discarica globale con il sorriso diplomatico.
Il Kenya, in tutto questo, è sospeso tra due verità scomode.
La prima: è vittima. Perché riceve ciò che non ha prodotto, o lo riceve in misura sproporzionata.
La seconda: è complice, o almeno costretto a esserlo. Perché quei flussi alimentano mercati, lavoro informale, accesso a tecnologia a basso costo.
E quindi? Si chiude tutto? Si blocca tutto?

Facile dirlo da lontano. Più difficile quando la scelta è tra respirare veleno o non mangiare.

Forse la vera soluzione non è qui, tra le baracche di Korogocho o le discariche di Nairobi. Forse sta a migliaia di chilometri, nei Paesi che producono e consumano senza fine. Dove gli oggetti durano sempre meno e le responsabilità ancora meno.
Perché finché il Nord del mondo continuerà a chiamare “riciclo” ciò che è semplicemente esportazione di problemi, il colonialismo non sarà mai davvero finito.
Avrà solo cambiato nome.
E odore.

TAGS: discaricariciclorifiutineocolonialismo

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