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Discarica di Malindi tra degrado, salute e insostenibilità

Incendi, fumi tossici e situazione irrisolta da anni

16-05-2026 di Freddie del Curatolo

A Malindi il vento non porta soltanto salsedine, profumo di fiori esotici e sentori di mais bollito e spezie. Da anni trasporta anche l’odore acre della discarica di Mayungu, l’immenso, nascosto, inquietante monumento cittadino all’emergenza permanente.
L’ultimo episodio la notte scorsa, con un grande incendio che ha sprigionato una nube tossica sparsa tra Casuarina e Muyeye, come una coperta sporca stesa sopra la città. A Malindi ormai il fumo della discarica di Mayungu arriva prima delle promesse. E mentre i turisti fotografano tramonti sull’Oceano Indiano, a pochi chilometri di distanza c’è chi chiude le finestre per non respirare plastica bruciata.

L’ultimo incendio è soltanto l’ennesima puntata di una storia che a Malindi si trascina da anni tra indignazione, allarmi sanitari e soluzioni annunciate con grande enfasi e poi lasciate a marcire insieme ai rifiuti. La discarica di Mayungu, nella zona di Casuarina, continua a rappresentare una delle più clamorose contraddizioni della cittadina costiera: una destinazione turistica internazionale che convive con una gestione dei rifiuti da emergenza permanente.

La nube tossica sviluppatasi nella notte e spinta dal vento verso Muyeye e le aree residenziali ha riacceso rabbia e paura tra residenti keniani e stranieri. Non è la prima volta. Da anni cittadini, associazioni ambientaliste, operatori turistici e famiglie denunciano i rischi sanitari provocati da roghi continui, smaltimento incontrollato e presenza di materiali pericolosi abbandonati all’aperto.

Il problema non riguarda soltanto il degrado visivo o gli odori nauseabondi. A Mayungu si brucia praticamente di tutto: plastica, pneumatici, materiali chimici e, secondo diverse denunce e sopralluoghi ufficiali, persino rifiuti ospedalieri che dovrebbero essere trattati separatamente. Quando il fuoco divampa, volontariamente o accidentalmente, nell’aria si diffondono sostanze tossiche che possono provocare problemi respiratori, irritazioni, aggravamento di asma e bronchiti, soprattutto nei bambini e negli anziani.

Già nel 2021 la NEMA, l’autorità nazionale keniana per la gestione ambientale, aveva definito “molto preoccupante” la situazione della discarica di Malindi. Durante un’ispezione ufficiale, il presidente del board John Konchella aveva denunciato la totale mancanza di controllo sull’area, la presenza di animali e insediamenti umani a ridosso dei cumuli di spazzatura e soprattutto il conferimento di rifiuti medici insieme a quelli ordinari.

NEMA aveva imposto alla Contea di Kilifi un piano urgente in dieci punti: recinzione del sito, controllo dei camion in ingresso, registrazione dei conferimenti, separazione dei rifiuti sanitari e misure per ridurre l’inquinamento ambientale. Ma molte di quelle prescrizioni sono rimaste sulla carta. Ancora oggi la discarica continua ad essere accessibile, frequentata da lavoratori informali che cercano metalli e materiali da rivendere, spesso appiccando incendi per recuperare rame o alluminio dalla plastica bruciata.

La situazione assume contorni ancora più paradossali considerando che attorno alla discarica sorgono abitazioni, villaggi, strutture turistiche e terreni che un tempo erano considerati tra i più pregiati della fascia costiera. Non a caso residenti locali hanno più volte chiesto la chiusura e lo spostamento del sito, sostenendo che quell’area fosse originariamente terra ancestrale sottratta alle comunità.

Nel frattempo le autorità municipali continuano a lanciare campagne di sensibilizzazione contro l’abbandono illegale dei rifiuti. Negli ultimi giorni il Comune di Malindi, insieme alla Croce Rossa kenyana e ad altre organizzazioni, ha promosso operazioni di pulizia nelle strade cittadine, denunciando l’aumento delle discariche abusive e l’inciviltà diffusa nella gestione dell’immondizia.

Il municipal manager Dadu Chome ha parlato apertamente di “responsabilità collettiva”, ricordando che una città turistica non può sopravvivere sommersa dalla spazzatura. La Croce Rossa ha sottolineato i rischi sanitari legati all’inquinamento e alla cattiva gestione dei rifiuti, mentre le autorità locali promettono controlli più severi contro chi scarica illegalmente.

Parole condivisibili, certo. Ma che a Malindi suonano sempre più come il ritornello di una canzone già sentita. Perché il problema non è soltanto l’inciviltà dei cittadini o dei commercianti. Il vero nodo resta l’assenza cronica di una struttura moderna per il trattamento dei rifiuti, di sistemi di raccolta efficienti e soprattutto di una strategia seria e continuativa.

Negli anni la Contea di Kilifi aveva promesso impianti di riciclo, gestione differenziata e persino progetti capaci di trasformare i rifiuti in fonte di reddito e occupazione. Annunci rimasti intrappolati tra burocrazia, mancanza di fondi, cattiva amministrazione e il solito balletto politico kenyano in cui ogni emergenza diventa occasione di conferenze stampa più che di soluzioni.

Così la discarica di Mayungu continua a vivere letteralmente tra due fuochi: quello ufficiale delle promesse mai mantenute e quello reale degli incendi che ogni settimana anneriscono il cielo di Malindi.

E forse la metafora più crudele è proprio questa. Una città che sogna turismo di lusso, aeroporti internazionali, investimenti stranieri e resort esclusivi, ma che ancora non riesce nemmeno a decidere dove mettere la propria spazzatura senza avvelenare chi ci vive accanto.

TAGS: discaricarifiutiannosa

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