KENYA NEWS
04-06-2026 di Freddie del Curatolo
È stata una delle prime battaglie portate avanti da Malindikenya.net, ancora prima di essere tra i fondatori di Malindi Green and Blue e della Progress Welfare Association of Malindi (PWAM).
Riuscire a spostare la discarica di Malindi da Mayungu, in fondo a Casuarina, con l'urbanizzazione sempre più vicina, non solo il quartiere di Muyeye dove vivono migliaia di keniani, ma anche ville di residenti stranieri e resort turistici, per anni è parsa un'utopia. Troppi interessi, le mafie dei rifiuti e i lavoratori informali che si guadagnano la sopravvivenza bruciandoli e cercando pepite minori in ferro e suoi derivati da rivendere per pochi scellini ai ricettatori. Il nostro archivio è pieno di blitz, di reportage, di denunce, di promesse, di recinzioni temporanee.
Per poi constatare la ripresa degli incendi, dei fumi tossici, del degrado.
Ora però, dopo quattro anni di battaglie di associazioni e privati cittadini responsabili, la Corte di Malindi ha ordinato, entro 120 giorni, la chiusura e lo spostamento in un altro sito.
È una sentenza che va oltre la semplice gestione dei rifiuti. È una di quelle rare occasioni in cui la giustizia keniana ricorda alla politica che esiste una Costituzione e che le parole "diritto a un ambiente sano" non sono soltanto un elegante esercizio di retorica.
Il giudice dell'Environment and Land Court, Mwangi Njoroge, ha stabilito che la discarica di Casuarina viola i diritti fondamentali dei residenti, ordinando alla Contea di Kilifi di cessare immediatamente qualsiasi attività di conferimento dei rifiuti e di individuare un nuovo sito conforme alle normative ambientali. Non solo: il tribunale ha imposto il recupero e la bonifica dell'area degradata e ha inflitto un risarcimento complessivo di 150 milioni di scellini, di cui 120 a carico della Contea e del Comune di Malindi e 30 milioni alla NEMA, l'autorità nazionale per l'ambiente, colpevole di non aver vigilato adeguatamente.
Per chi conosce quella zona, non si tratta di una sorpresa. Da anni la collina di immondizia rappresenta una ferita aperta nel cuore della città turistica. A poche centinaia di metri sorgono alberghi, resort, abitazioni private, mentre dall'altra parte si estendono Muyeye e altri quartieri popolari. Quando il vento cambia direzione, il fumo degli incendi raggiunge tutti senza fare distinzioni tra ricchi e poveri.
La discarica è stata per anni una fotografia perfetta delle contraddizioni keniane. Un luogo dove convivono l'incapacità delle istituzioni, la povertà estrema di chi vi cerca sostentamento, gli interessi economici legati alla gestione dei rifiuti e l'indifferenza di chi ha preferito rinviare ogni soluzione.
Per questo motivo la vittoria ottenuta da PWAM, dal Malindi Residents Development Group e dai cittadini che hanno sostenuto il ricorso assume un valore simbolico importante. Dimostra che la perseveranza può ancora produrre risultati e che le istituzioni, quando vengono chiamate a rispondere delle proprie responsabilità, possono essere costrette ad agire.
Naturalmente la sentenza rappresenta soltanto il primo passo. Nei prossimi quattro mesi la Contea dovrà decidere se adeguarsi o tentare la strada dell'appello. Dovrà soprattutto individuare un nuovo sito che non trasformi semplicemente il problema in un incubo per un'altra comunità. E dovrà affrontare una questione che troppo spesso viene ignorata: quella delle centinaia di persone che sopravvivono grazie alla raccolta informale dei materiali riciclabili e che rischiano di perdere l'unica fonte di reddito.
La vera sfida non è spostare una montagna di rifiuti. È costruire finalmente un sistema moderno di raccolta differenziata, recupero e smaltimento che Malindi attende da decenni.
Ma per una volta vale la pena fermarsi e registrare un fatto semplice. Dopo anni di proteste, petizioni, articoli, fotografie, incontri e promesse mancate, qualcuno ha finalmente scritto nero su bianco che quella discarica non doveva stare lì.
Non è ancora la fine della storia. In Kenya, troppe volte, le sentenze sono rimaste sulla carta e le ruspe non sono mai arrivate. Ma è la prima volta che la chiusura della discarica di Casuarina non appare come un sogno di ambientalisti testardi.
Oggi è un ordine della Corte.
E questa, per Malindi, se non è ancora una sentenza, è sicuramente una notizia storica.
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