Editoriali

EDITORIALE

Kibera, dove anche gli aiuti alimentari sono un inferno

L'ingestibilità degli slum in Kenya forse è più pericolosa del virus

12-04-2020 di Freddie del Curatolo

Pablo Picasso non avrebbe potuto immaginare e dipingere scena più devastante, tra l’umano degrado e la disperazione, della foto che abbiamo scelto per commentare quel che è accaduto nello slum di Kibera, uno dei più vasti e poveri di tutta l’Africa.
E non si tratta di guerra civile, come nel celeberrimo “Guernica” dove teste, braccia protese, lingue penzolanti, denti digrignati e sguardi atterriti, arrendevoli o rabbiosi si accavallano nella calca di un massacro.
Anzi si doveva trattare di un’iniziativa benefica, la più grande mai intentata da quando in Kenya è iniziata l’emergenza Coronavirus. Il leader dell’Opposizione e ormai collaboratore esterno del Governo Raila Odinga, detto “Baba” (il papà di tutti) che a Kibera ha una delle sue roccaforti, ha deciso di donare generi alimentari, oltre a sapone e disinfettanti, per circa 120 mila euro.
Nonostante la donazione e la provenienza fossero state pubblicizzate a dovere, nella baraccopoli dei disperati, dove il virus viene visto come il male minore rispetto a un inferno quotidiano in cui “#stayhome” (ma si mettiamoci pure sto cavolo di hashtag) è la più grossa e inutile sciocchezza che si possa dire loro, la distribuzione alimentare si è trasformata in una battaglia, un ammasso di anime in pena per cui le distanze sociali non esisteranno mai e per cui mangiare oggi è molto più importante che morire domani.
Così eccoli accalcarsi, spintonarsi,  slogarsi arti, mordersi, rotolarsi e morire (letteralmente, purtroppo, tre abitanti di Kibera sono rimasti schiacciati) per un chilo di farina di mais, per una manciata di fagioli, per qualsiasi cosa possa arrivare, senza nemmeno sapere di cosa si tratta. Proprio come quando cucinano spinaci radioattivi che crescono di fianco a rigagnoli che vomitano il peggio delle industrie della metropoli, o quando rovistano nella grande discarica di Dandora alla ricerca della spazzatura degli aerei, in cui a volte si trovano resti masticati dei pasti a bordo, a volte solo cherosene da sniffare.
L’idea di distribuire cibo arriva dalla certezza dei politici keniani che non ci può essere un lockdown serio nel Paese, senza fornire ad almeno un terzo della popolazione il necessario per nutrirsi e sopravvivere per tre, quattro settimane.
Ebbene, se quella di Raila Odinga è stata una prova, dimostra che nonostante le buone intenzioni e i possibili aiuti di FAO, della Fondazione di Bill Gates  e di organizzazioni non governative di mezzo mondo, sarà davvero molto difficile riuscire a sfamare questa gente, senza un programma mai visto prima ed un’organizzazione perfetta.
Specie negli slum di Nairobi, dove il virus anche nei giorni, nelle settimane a venire, sarà davvero l’ultimo dei problemi. Non a caso il Ministro degli Interni e della Sicurezza Nazionale Fred Matiang’i ieri ha vietato qualsiasi esercizio di distribuzione alimentare che non arrivi dal Governo, invitando enti e privati ad attenersi alle regole di non creare assembramenti.
“Creeremo misure aggiuntive che potranno garantire il coordinamento, il consolidamento, la demarcazione e la distribuzione delle donazioni in modo dignitoso ai membri vulnerabili della nostra società in tutto il Paese, sulla base di una mappatura già sviluppata delle zone a più elevato rischio, assicurando al contempo che la stessa sia distribuita in modo trasparente e responsabile”.
Non sarà facile per niente e, allo stesso modo in cui ci si augura (con molto ottimismo ma poche speranze) che la pandemia ci faccia comprendere tanti errori del nostro recente passato, ci auguriamo che si stia arrivando al punto nel quale bisognerà considerare una priorità lavorare sulle abissali diseguaglianze sociali di Nairobi, affinché nessun essere umano debba diventare la comparsa di un mostruoso, demoniaco e sconsolante quadro sociale.

 

TAGS: kibera slumfame kenyavirus kiberacibo kenya

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