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LUTTO IN SAVANA

Addio a Douglas-Hamilton, l'uomo che ascoltava gli elefanti

Il fondatore di Save The Elephant scompare a 83 anni

09-12-2025 di Freddie del Curatolo

Ci sono notti, a Nairobi, in cui il vento sembra portare con sé un lutto antico, un sospiro che arriva dalle savane dell’Amboseli, dalla polvere rossa di Samburu, persino dai corridoi ombrosi dei monti Marsabit. Ieri sera, uno di quei venti ha soffiato più forte del solito: se n’è andato dopo una lunga malattia il dottor Iain Douglas-Hamilton, zoologo visionario, padre della moderna conservazione degli elefanti africani, fondatore di Save the Elephants.
Aveva 83 anni, e una vita che valeva il peso di interi branchi, con le loro storie, le loro ferite e quella misteriosa saggezza che lui cercò di decifrare per oltre sessant’anni.

Era arrivato in Africa da ragazzo, con la timidezza tipica degli scozzesi e l’incoscienza luminosa dei ventenni che credono che il mondo sia ancora aggiustabile. A 23 anni, quando molti di noi ancora litigano con la scelta dell’università, lui stava già osservando da vicino le matriarche degli elefanti selvatici del Lago Manyara, prendendo appunti e cercando di interpretare silenzi e vibrazioni che nessuno, prima di allora, aveva mai provato a tradurre.

Fu il primo a capire che i pachidermi non sono solo giganti di memoria: sono famiglie, comunità, reti di relazioni complesse come le nostre ma infinitamente più silenziose, più eleganti. E quando vide quelle stesse famiglie crollare sotto i colpi del bracconaggio degli anni Settanta, scoprì la seconda vocazione della sua vita: non più soltanto studiarli, gli elefanti, ma difenderli.

Fu lui a documentare, dati alla mano, la strage: metà degli elefanti africani uccisi in un decennio.
La sua voce, che non amava i riflettori, finì nei consessi internazionali, e nel 1989 contribuì alla storica decisione di vietare il commercio globale dell’avorio. Per molti di noi, un tecnico. Per gli elefanti, un faro.

Nel 1993 fondò Save the Elephants, posando la prima pietra non di un’organizzazione, ma di una nuova idea di convivenza.
A Samburu, insieme alla moglie italiana Oria Rocco, creò un laboratorio a cielo aperto, un osservatorio dove gli elefanti non erano numeri ma individui riconosciuti per nome: Echo, la celebre matriarca dell’Amboseli; la piccola First Lady; la saggia Cinnamon; i maschi dai lunghi spostamenti, che lui seguiva come un poeta che rincorre i suoi personaggi lungo strade sterrate.

Fu tra i primi a capire che la tecnologia poteva essere alleata della conservazione. Mise collari GPS a elefanti che percorrendo rotte millenarie attraversavano fiumi, villaggi, confini, e così facendo rivelò al mondo – e ai governi – che le mappe politiche non corrispondono mai a quelle naturali. Iain non tracciava punti: ricostruiva vite.

Quando una nuova ondata di bracconaggio, tra il 2010 e il 2012, spazzò via altri 100.000 elefanti, Iain tornò a combattere, come un anziano guerriero che non sa appoggiare la lancia. Parlò al Senato degli Stati Uniti, contribuì alla chiusura dei mercati interni dell’avorio, incluso quello cinese. E nel 2013 co-fondò l’Elephant Crisis Fund, che oggi conta 120 partner in 44 Paesi, più di 500 progetti e oltre 40 milioni di dollari investiti non in bandiere, ma in idee e comunità capaci di proteggere gli animali sul campo.

Era un uomo che si commuoveva davanti a una giovane ricercatrice che capiva per la prima volta la logica dietro una deviazione di un branco. Un uomo che, a Samburu, passava ore a discutere con i ranger, con gli anziani Turkana e Samburu, convinto che la saggezza locale fosse una scienza antica da integrare alla scienza moderna.
 

I suoi libri, scritti con Oria – Among the Elephants e Battle for the Elephants – restano pietre miliari. I documentari che lo hanno seguito, dall’amata BBC agli ultimi ritratti di Maramedia, lo mostrano come era davvero: un sognatore pratico, uno scienziato con la pazienza di un artigiano, un uomo capace di ridere forte pur conoscendo da vicino la fragilità del mondo.

«Non era mai così felice – racconta Frank Pope, CEO di Save the Elephants e suo genero – come quando sedeva accanto a un giovane scienziato a guardare le mappe degli spostamenti, cercando di capire cosa passasse per la mente degli elefanti. Aveva sempre quello scintillio negli occhi.»
Lo stesso scintillio che gli elefanti riconoscono, si dice, quando vedono arrivare qualcuno che li considera pari, non attrazioni.

Iain lascia Oria, le figlie Saba e Dudu, e sei nipoti che stanno già crescendo con l’idea – scomoda e bellissima – che il mondo può essere salvato un passo alla volta. Come quelli lenti, misurati, profondi di un elefante.

E lascia noi, qui, a decifrare una mancanza difficile da spiegare. Perché quando se ne va qualcuno che ha dedicato la vita a guardare negli occhi gli animali più antichi dell’Africa, è come se per un attimo anche il continente trattenesse il respiro.

Ma la sua eredità rimane. Nei corridoi faunistici che lui ha tracciato, nelle comunità che credono nella convivenza, negli scienziati che lui ha formato, nei ranger che ogni notte pattugliano territori immensi. E, soprattutto, nelle migliaia di elefanti che ancora oggi camminano liberi.

Possa la terra – quella rossa del Kenya che lui amava – custodirlo con lo stesso rispetto con cui lui l'ha amata.
E possano i suoi elefanti, da qualche parte, salutarlo con quel silenzioso inchino del capo che Iain sapeva leggere meglio di chiunque altro.

TAGS: Douglas-HamiltonelephantsSamburuprotezione

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