SPORT KENYA
20-02-2026 di Freddie del Curatolo
Nairobi, per fortuna, che ogni tanto preferisce raccontarsi con il silenzio ordinato di un fairway, con l’erba rasata come una promessa e con quelle pause sospese tra un colpo e l’altro che fanno dimenticare la frenesia del traffico, la vertigine dei grattacieli o l'affollamento dei mercati.
È qui, tra i viali alberati e i prati quasi irreali del Karen Country Club, che il Kenya torna ad essere il centro elegante e ostinato del golf internazionale. Da ieri fino a domenica 22 febbraio va in scena il DP World Tour con il Magical Kenya Open Absa, decimo appuntamento stagionale e quinta tappa dell’International Swing. Un torneo che negli anni ha visto passare campioni, nostalgici e sognatori con la stessa discrezione con cui Nairobi accoglie tutti, senza mai smettere di essere se stessa.
E tra i 144 giocatori al via, ci sarà una piccola invasione azzurra: ben sette italiani pronti a inseguire una vittoria africana. Francesco Laporta, Renato Paratore, Matteo Manassero, Guido Migliozzi, Filippo Celli, Stefano Mazzoli e Gregorio De Leo. Sette storie diverse, sette traiettorie che per qualche giorno si incroceranno sotto il cielo limpido della capitale keniana.
Non è la prima volta che l’Italia trova fortuna da queste parti. Il Kenya, per i golfisti italiani, è spesso stato più di una semplice tappa esotica: è stato un luogo di consacrazione. Il primo a lasciare il segno fu Edoardo Molinari, che vinse qui nel 2007 quando il torneo faceva ancora parte del Challenge Tour, in un’epoca in cui Nairobi sembrava lontana anni luce dal grande golf globale. Poi, nel 2018, arrivò il successo di Lorenzo Gagli, un’altra vittoria costruita con pazienza e ostinazione, come si fa con le cose difficili.
Ma è il 2019 l’anno che gli appassionati italiani ricordano meglio. Guido Migliozzi, allora giovane promessa vicentina, conquistò proprio al Karen Country Club il suo primo titolo sul massimo circuito europeo. Una vittoria che sapeva di inizio, di quelle che aprono porte e cambiano prospettive. Tornare oggi su quello stesso campo ha il sapore di un ritorno alle origini, come rivedere un vecchio amico che ti ha visto diventare grande.
Tra gli azzurri, occhi puntati anche su Gregorio De Leo, reduce da un incoraggiante nono posto in Qatar, mentre Migliozzi, Paratore e Laporta arrivano a Nairobi dopo aver superato il taglio a Doha, segno di una forma che cerca conferme. Per altri, come Filippo Celli e Stefano Mazzoli, il Kenya rappresenta invece un’occasione di riscatto, perché il golf, come l’Africa, concede sempre una seconda possibilità. A volte anche una terza.
Il campione in carica è il sudafricano Jacques Kruyswijk, che qui difende l’unico titolo conquistato sul DP World Tour. In campo anche altri vincitori delle passate edizioni come Darius van Driel, Jorge Campillo, Justin Harding e lo stesso Migliozzi, insieme a nomi importanti del circuito europeo come Pablo Larrazábal e Thriston Lawrence. Il montepremi è di 2,7 milioni di dollari, cifra che fa girare la testa, ma che non racconta davvero il valore di questo torneo.
Perché il Magical Kenya Open è molto più di una competizione. Nato nel 1967, ha attraversato epoche e circuiti, dal Far East Circuit al Safari Circuit, fino al Challenge Tour e infine al DP World Tour. Nel suo albo d’oro compaiono leggende come Severiano Ballesteros, Ian Woosnam e Trevor Immelman, uomini che hanno scritto pagine di golf quando Nairobi era ancora, per molti, solo un nome difficile da pronunciare.
E mentre il mondo continua a correre, il Kenya resta lì, con la sua calma apparente e la sua imprevedibile capacità di diventare protagonista. Anche grazie a diciassette giocatori locali, cinque dei quali dilettanti, che proveranno a trasformare il sogno in qualcosa di più concreto, davanti al loro pubblico.
In fondo è questo il fascino del Magical Kenya Open. Non è solo un torneo. È un appuntamento con la memoria, con il futuro e con quella strana magia che fa sembrare il golf, almeno per qualche giorno, la cosa più importante del mondo.
E per gli italiani, ancora una volta, potrebbe essere il posto giusto dove vincere lontano da casa. Ma forse, proprio per questo, sentirsi un po’ più a casa.
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