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Inaugurati i lavori della raffineria (proprio) a Lamu

Il miliardario nigeriano Dangote: "pronta in 40 mesi"

01-10-2026 di Freddie del Curatolo

A Lamu sono cominciati ufficialmente i lavori della grande raffineria Dangote, un investimento da circa 2.200 miliardi di scellini, destinato secondo i promotori a cambiare non soltanto l'economia della contea, ma quella dell'intera Africa orientale. È una notizia che il Kenya può salutare con entusiasmo. Eppure, per chi conosce Lamu, è impossibile non provare anche una certa malinconia: perché proprio qui?

Lamu aveva già il petrolio senza averne una goccia: quello dei tramonti, quello dei dhow che sembrano scivolare sull'acqua da mille anni, quello delle mangrovie, della pesca, delle case di corallo e di una civiltà swahili che l'UNESCO ha messo sotto vetro, almeno idealmente, perché il mondo potesse conservarne il profumo. Adesso arriverà quello vero, quello che puzza, muove miliardi e produce carburante.

Il primo colpo di pala è arrivato.
Il presidente William Ruto e l'imprenditore nigeriano Aliko Dangote hanno inaugurato ufficialmente i lavori della East African Oil Refinery, il progetto da circa 16 miliardi di dollari, destinato a diventare uno dei più grandi investimenti privati mai realizzati in Kenya. La raffineria dovrebbe essere completata in 40 mesi, secondo la promessa fatta da Dangote durante la cerimonia.

Numeri da capogiro: 700.000 barili di greggio al giorno a pieno regime, produzione di carburanti per il Kenya e per i Paesi dell'Africa orientale, e fino a 1.000 megawatt di elettricità, metà dei quali destinati alla rete nazionale secondo quanto annunciato dal gruppo.

Dangote ha parlato della necessità di industrializzare l'Africa in Africa, evitando che il continente continui a esportare materie prime e a importare prodotti finiti. Ed è difficile, almeno sul piano economico, dargli torto.
L'Africa orientale importa una quantità enorme di prodotti petroliferi raffinati. Avere una grande capacità di raffinazione regionale significa poter ridurre la dipendenza dalle raffinerie e dalle catene logistiche esterne, contenere alcuni costi di trasporto e soprattutto trattenere una parte maggiore del valore aggiunto sul continente.
Il progetto dovrebbe inoltre alimentare il rilancio del corridoio LAPSSET, quello che dovrebbe collegare il porto di Lamu con il Sud Sudan, l'Etiopia e il resto dell'Africa orientale.
Insomma: sulla carta, è una rivoluzione.

E i posti di lavoro?

Qui c'è un altro numero che fa impressione: 60.000 posti di lavoro durante la fase di costruzione, secondo le stime diffuse dal gruppo e dalle autorità, oltre alle attività economiche che dovrebbero nascere attorno alla raffineria.
Ma soprattutto Dangote ha promesso di non limitarsi a portare lavoratori da Nairobi, Lagos o chissà dove.
Il gruppo ha annunciato la creazione a Lamu di una scuola di formazione destinata a 1.000 residenti locali, con particolare attenzione a diplomati e laureati in ingegneria e ad altre qualifiche tecniche. Dangote ha persino detto ai giovani locali che chi possiede le competenze necessarie avrà un'opportunità di lavoro nella nuova industria.

È probabilmente questo l'aspetto più importante del progetto per una contea che per decenni ha conosciuto marginalità, disoccupazione e sviluppo molto più lentamente rispetto a Nairobi o Mombasa.
Se quei posti di lavoro resteranno davvero a Lamu, se nasceranno imprese locali, servizi, formazione e nuove competenze, allora la raffineria potrebbe effettivamente cambiare la vita di migliaia di famiglie.
E sarebbe una buona notizia.
Molto buona.

Però... perché proprio Lamu?

Va bene il futuro, il lavoro, le specializzazioni…ma per chi è abituato alla bellezza, alla pace, al turismo sostenibile,  il nodo alla gola è inevitabile.
Perché Lamu?
Non perché il progetto sia dentro la città vecchia patrimonio UNESCO. È importante precisarlo: la raffineria è prevista sulle aree del corridoio Lappset a nord della città, mentre il sito UNESCO riguarda soprattutto la storica Lamu Old Town sull'isola. Ma il contesto territoriale e ambientale è quello dell'arcipelago di Lamu, uno dei paesaggi culturali e naturali più preziosi della costa africana.
Lamu Old Town è iscritta dal 2001 nella lista del Patrimonio mondiale UNESCO ed è considerata il più antico e meglio conservato insediamento swahili dell'Africa orientale. L'UNESCO, che ricordiamo conta come un netturbino a Mumbai, sottolinea come la città abbia mantenuto le proprie funzioni tradizionali e come il suo valore derivi proprio dall'intreccio fra architettura, attività marittime, cucina, cultura e pratiche sociali.

È un luogo nel quale la parola sviluppo ha sempre avuto un significato particolare.
Perché Lamu non è soltanto un pezzo di territorio vuoto sul quale costruire qualcosa.
È una civiltà.
È un paesaggio.
È un modo di vivere.
E, soprattutto, è uno di quei pochissimi angoli del Kenya nei quali il turismo non è ancora riuscito a divorare completamente ciò che era venuto a cercare.

Il paradosso del paradiso

Il paradosso è che proprio le caratteristiche che rendono Lamu interessante per una grande infrastruttura — il mare profondo, il porto, gli spazi disponibili, la posizione strategica — sono le stesse che rendono l'area così delicata.
La scelta è stata motivata anche dalle caratteristiche del sito: acque profonde, accesso diretto al mare e terreno considerato adatto a sostenere strutture industriali pesanti.
Ma ogni vantaggio industriale ha il suo rovescio.
Lamu ha già pagato un prezzo per il grande sogno del LAPSSET. L'UNESCO ha segnalato nel tempo come le pressioni dello sviluppo urbano, delle infrastrutture di trasporto, delle attività energetiche e dello stesso corridoio LAPSSET possano incidere sull'integrità del patrimonio. Nel 2019 il Comitato del Patrimonio mondiale arrivò a prospettare l'inserimento di Lamu nella lista dei siti in pericolo qualora non fossero stati compiuti progressi significativi nella protezione dell'area.
La raffineria aggiunge dunque un'altra tessera a un mosaico già complicato.

Terra, risarcimenti e ambiente

E infatti le proteste sono già cominciate.
Un gruppo di 133 residenti di Lamu ha contestato davanti ai tribunali le modalità di acquisizione dei terreni, chiedendo risarcimenti, compensazioni per coltivazioni e abitazioni e garanzie di reinsediamento. Il tribunale di Malindi non ha bloccato l'inaugurazione, ma ha mantenuto lo status quo sul terreno oggetto della controversia e fissato l'udienza inter partes per il 14 ottobre.
Ci sono poi le preoccupazioni ambientali, soprattutto per l'ecosistema marino.
Gli oppositori del progetto sostengono che una struttura di queste dimensioni possa avere conseguenze sulla costa e sull'ambiente. E diversi residenti hanno chiesto garanzie non soltanto sul lavoro, ma anche sulla tutela del territorio, sulla compensazione e sulla partecipazione delle comunità alle decisioni.
Non sono necessariamente argomenti contro la raffineria.
Sono argomenti che chiedono come verrà costruita e a quale prezzo.

"Se qualcuno vuole problemi..."

Dangote, dal canto suo, non sembra particolarmente intimorito dalle controversie.
Durante la cerimonia ha detto che il gruppo non ha paura delle cause giudiziarie e, rivolgendosi a chi potrebbe cercare di ostacolare il progetto, ha usato una delle sue proverbiali frasi muscolari: se qualcuno vuole creare problemi, lui è pronto a rispondere e a "dargli un mal di testa".
È lo stile Dangote.
E forse è anche lo stile di una certa Africa che ha finalmente deciso di costruire, produrre, trasformare e smettere di essere soltanto il continente dal quale gli altri vengono a prendere materie prime.
Ma Lamu meriterebbe qualcosa in più di una gara di muscoli.
Meriterebbe una gara di intelligenza.

Una raffineria con vista sull'Oceano Indiano

Il progetto può portare energia, lavoro, formazione, strade, imprese e ricchezza.
Può dare finalmente sostanza al porto di Lamu.
Può trasformare una parte della costa settentrionale, creare un polo industriale e logistico e fare del Kenya un protagonista della raffinazione regionale.
Sono prospettive concrete, non fantasie.
E forse Lamu ha davvero bisogno di opportunità.
Ma proprio perché le ha aspettate così a lungo, sarebbe un peccato che la modernità arrivasse qui con la stessa arroganza con cui è arrivata in tanti altri luoghi dell'Africa: abbattendo, cementificando, spostando persone e chiedendo al paesaggio di adattarsi all'economia.
Il vero successo della raffineria non sarà soltanto completarla in 40 mesi.
Sarà dimostrare che si può costruire una grande industria senza distruggere ciò che rende unico il luogo nel quale la si costruisce.
Perché Lamu non è soltanto un posto dove mettere una raffineria.
È uno dei posti che il mondo è venuto a vedere proprio perché, fino a ieri, una raffineria non ce l'aveva.
E allora sì, benvenuto futuro.
Ma, per favore, entra in campo in punta di piedi e toccala piano.

TAGS: raffineriaDangoteLamuUnesco

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