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EDITORIALE

Come Lamu guadagna (e rischia) dalla crisi nel Golfo

Aumentano le attività del porto osteggiato dagli ambientalisti

23-03-2026 di Freddie del Curatolo

Alla fine non sono stati né il petrolio del Sud Sudan, né il commercio etiope, e nemmeno i grandi piani strategici sino-africani a dare un senso al porto di Lamu, minacciando l’intatta bellezza del patrimonio Unesco (riconoscimento inutile almeno come una “bandiera blu” o quello delle “smart city”). È bastato un blocco lontano, nello Stretto di Hormuz, perché il traffico globale, quello vero, decidesse di passare da qui, quasi per errore, trasformando una promessa in un approdo.

C’è voluta una crisi sconosciuta al continente africano, di quelle che si disegnano sulle mappe con frecce rosse e petrolio che scorre, per far funzionare davvero qualcosa che qui, a casa nostra, sembrava nato già stanco.
Lo Stretto di Hormuz si chiude, o quasi. Le rotte si accorciano per qualcuno e si allungano per altri. E così, all’improvviso, il porto di Lamu — quello che per anni è stato più un’idea che un porto, più una promessa politica che una realtà — si ritrova pieno. Settantaquattro navi dall’inizio dell’anno, dice la Kenya Ports Authority. L’anno scorso, nello stesso periodo, erano due. Due. Una differenza che non è statistica, è narrativa.

Il porto che aspettava una storia

Il porto di Lamu nasce dentro una parola che sembra un acronimo ma è quasi una preghiera: LAPSSET, Lamu Port-South Sudan-Ethiopia Transport Corridor. Un progetto immenso, disegnato per ridisegnare i commerci dell’Africa orientale, portare petrolio, merci, strade, ferrovie, oleodotti. E naturalmente sviluppo. Sempre quello, lo sviluppo, che arriva scritto in maiuscolo e poi si perde tra le minuscole della realtà.
Per anni Lamu è rimasto lì, sospeso. Troppo lontano da tutto, troppo vicino a niente. Mombasa continuava a fare il suo mestiere, con il suo traffico, le sue inefficienze, le sue certezze. Lamu invece era il porto del futuro, e quindi di nessuno.
Fino a quando il futuro non ha preso una scorciatoia geopolitica.

Le navi che hanno sbagliato strada (e trovato Lamu)

Con il Golfo Persico che si stringe e il porto di Jebel Ali che diventa difficile da raggiungere, le navi fanno quello che fanno sempre: cercano alternative. Evitano il Mar Rosso, girano attorno all’Africa, allungano il viaggio ma salvano il carico.
E nel frattempo trovano Lamu.
Scaricano qui, ripartono da qui. Il porto dimenticato diventa improvvisamente un rifugio. Non per vocazione, ma per necessità altrui. Non perché il progetto abbia finalmente trovato una sua logica interna, ma perché il mondo, per un attimo, ha avuto bisogno proprio di lui.
È così che funziona spesso da queste parti: non sei pronto quando serve, ma diventi utile quando qualcun altro non ha alternative.

Le mangrovie, gli attivisti e il prezzo invisibile

Ma Lamu non è solo una storia di container e rotte marittime. È anche — e forse soprattutto — una storia di mangrovie tagliate, di fondali dragati, di comunità che hanno visto cambiare il mare sotto casa.
Gli ambientalisti lo dicevano già anni fa: questo porto ha un costo che non si misura in tonnellate di merci. Ecosistemi fragili, biodiversità marina, pesca tradizionale. Tutto sacrificato sull’altare di un corridoio economico che doveva collegare tre Paesi e che invece, finora, ha collegato soprattutto promesse e ritardi.
Le battaglie legali, le proteste delle comunità locali, le sentenze che chiedevano compensazioni e studi d’impatto più seri. Tutto questo non è sparito. È solo finito fuori dall’inquadratura, ora che le navi arrivano davvero.
Perché quando il porto funziona, anche le critiche diventano più silenziose. Non meno vere, solo meno ascoltate.

Il paradosso africano, versione porto

Lamu oggi vive un piccolo boom che non è figlio di una strategia, ma di una crisi. E questo, in fondo, è il paradosso più africano di tutti: infrastrutture costruite per un futuro che non arriva, e che trovano senso solo quando il mondo entra in crisi.
La Kenya Ports Authority parla di “hub regionale”, di rilancio del commercio, di opportunità. Ed è vero. Lo è sempre, quando arrivano le navi.
Ma resta una domanda, che qui aleggia come l’umidità sulla costa: questo traffico è l’inizio di qualcosa o solo una parentesi?
Perché se domani lo Stretto di Hormuz riapre davvero, se le rotte tornano quelle di prima, Lamu rischia di tornare quello che era: un porto moderno con una solitudine antica.
E allora resteranno le mangrovie tagliate, le promesse scritte nei documenti ufficiali, e un’illusione in più da aggiungere alla lunga lista di quelle che, da queste parti, arrivano sempre via mare.

TAGS: LamuportonaviGolfo

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