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ANNOSA QUESTIONE

L'Aeroporto Internazionale di Malindi si chiamerà 'Godot'...

La ministra del Turismo conferma 'discorsi seri' sul rilancio

11-12-2025 di Freddie del Curatolo

Da queste parti, sulla costa che profuma di cocco e ruggine di tempi andati, c’è un argomento che ritorna puntuale come le maree e fastidioso come una zanzara che ha studiato psicologia comportamentale: l’aeroporto internazionale di Malindi.
O meglio: quello che dovrebbe essere, potrebbe essere, sarebbe potuto essere.
La grande opera che ogni tanto sembra risvegliarsi, stiracchiarsi, promettere un nuovo inizio… e poi riaddormentarsi, lasciando il paese a guardare la pista corta come un proverbio africano mai finito.

Questa volta, dicono, se ne parla di nuovo seriamente.
Lo assicura il Governo nazionale, lo ribadisce quello della Contea di Kilifi. E soprattutto lo conferma il ministro del Turismo e della Fauna Selvatica, Rebecca Miano, che garantisce di aver riaperto il fascicolo polveroso della "questione Malindi".
Ci sono discussioni in corso, tavoli, mappe, stakeholder che si ritrovano e annuiscono, un’aria di “adesso sì”. Insomma: la tela di Penelope riparte dal primo filo.

Intanto Malindi continua a essere una signora attempata, un po' acciaccata ma sempre affascinante, che però si presenta agli ospiti internazionali con una porta d’ingresso troppo stretta: il suo aeroporto può accogliere solo aerei piccoli.
Così i viaggiatori europei, quelli che vorrebbero adagiare i loro sogni sulle spiagge di Watamu o sulla magia di Mambrui, devono fare scalo a Nairobi o Mombasa, poi saltare su un volo domestico o affrontare ore di strada, tra capre filosofiche e autobus che hanno vissuto tre vite.
E il turismo, con questi impicci, cresce come una palma piantata all’ombra: lentamente, un po’ storta, sempre in attesa di un raggio di sole.

Ma non sono solo i turisti a soffrirne: anche gli investitori. Alcuni hotel hanno ridotto le stagioni, altri si sono fatti più prudenti, aspettando che finalmente arrivi quella benedetta possibilità di atterrare qui direttamente, con Boeing 737 o altri uccelli d’acciaio di dimensioni rispettabili. Perché allora sì, Malindi potrebbe tornare a respirare a pieni polmoni e competere con le sorelle più blasonate, da Mombasa a Lamu.

I piani, sulla carta, sono sempre molto belli: allungare la pista di 1,4 km, modernizzare il terminal, aggiornare i sistemi di navigazione, accogliere charter dall’Europa e dal Medio Oriente, trasformare la città in un vero hub per viaggiatori e investitori. Perfino gli analisti economici, che di solito sorridono poco, immaginano un futuro raggiante: più lavoro, più spesa, più sviluppo, una distribuzione più equa dei flussi turistici lungo la costa.

Poi però arriva la realtà, con i suoi rinvii, i suoi intralci, le sue compensazioni mai risolte e una burocrazia che sembra scritta da un poeta surrealista. Tutto si inceppa, si ferma, si sfalda. La maledizione della pista troppo corta continua.

Eppure, ogni volta c’è qualcuno che rimette speranza nel motore.
Mohamed Hersi, il più illustre manager e "attivista" del turismo keniano, ricorda che Malindi ha spiagge splendide, storia da vendere e rovine di Gede che bisbigliano misteri antichi. Ma senza voli diretti – dice – le grandi conferenze e i gruppi incentive non ci arrivano neppure.

E poi c’è Roberto Marini, dell’Ocean Beach, che ha dedicato metà della sua vita a raggiungere questo obbiettivo, fin da quando suo fratello Marino fu tra gli organizzatori dell'unico charter che riuscì ad atterrare a poche centinaia di metri dal Vasco Da Gama Pillar.
Marini è un imprenditore, ma non pensa solo ai suoi interessi, guarda anche ai costi dei voli e alla necessità di una visione nazionale più coerente. Sottolinea come in Africa volare non sia economico come in Europa, dove ogni tanto sembra che i low cost ti vengano a prendere direttamente in salotto. Se ad esempio Malindi potesse gestire due voli Fly Dubai al giorno, dice, cambierebbe tutto: più lavoro, più turisti, più futuro.

Il paragone con Zanzibar, che ha rifatto il look e si gode i benefici, è inevitabile.
Malindi potrebbe competere, eccome. Ma servono infrastrutture, decisioni, un po’ di coraggio politico. E un filo continuo che avanzi, senza che ogni mattina qualcuno lo disfi di nuovo durante la notte.

Così il progetto torna al centro del dibattito, come fa da decenni. Torna, e torna, e torna.
Forse un giorno atterrerà davvero.
Nel frattempo Malindi resta sulla sua riva, guardando gli aerei passare troppo in alto, come sogni che ancora non trovano la pista giusta per toccare terra. Aspettando di accendere le luci di quella grande insegna di cui ormai si parla da 40 anni. "Godot International Airport".

TAGS: aeroportointernazionalevoli diretti

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