PERSONAGGI
17-02-2026 di Freddie del Curatolo
Ci sono bandiere che sventolano sopra stadi pieni, tra cori, sponsor e televisioni che pagano il conto. E poi ce ne sono altre che sfilano quasi in silenzio, portate da un ragazzo con i baffetti appena accennati e il casco ancora troppo grande per la storia che si ritrova addosso.
A Milano–Cortina 2026, il Kenya è entrato nello stadio olimpico con un solo atleta. Uno. Come una parola pronunciata piano.
Come una promessa fragile. E quel ragazzo era Issa Gachingiri Laborde dit Pere, diciotto anni, nato a Échirolles, vicino Grenoble, cresciuto tra le Alpi francesi ma con il cuore che batte in swahili, perché sua madre viene dal Kenya e lo guarda da bordo pista con l’orgoglio che solo certe madri africane sanno avere: quello che non fa rumore, ma resta.
Issa non doveva essere solo. Doveva esserci anche Sabrina Simader, la pioniera dello sci keniano, la ragazza cresciuta in Austria che nel 2018 aveva già fatto qualcosa che sembrava impossibile: portare il Kenya sulle piste olimpiche in Corea del Sud. Ma a pochi giorni dall’inaugurazione, un problema fisico l’ha costretta al ritiro. Così è rimasto lui. Solo, ma anche primo. Il primo uomo nella storia del Kenya a partecipare alle Olimpiadi Invernali.
E certe solitudini, quando hanno una bandiera in mano, diventano storia.
Issa ha iniziato a sciare a tre anni, perché quando nasci ai piedi delle montagne non scegli lo sci: è lo sci che sceglie te. A sei anni faceva già le prime gare giovanili, mentre gli altri bambini ancora litigavano per un pallone. La sua vita è sempre stata divisa tra la scuola e la neve, tra i compiti e le discese, tra la Francia dove è nato e il Kenya che gli scorre dentro senza aver mai avuto bisogno di viverci per sentirlo suo.
Alle Olimpiadi ha gareggiato nello slalom gigante sulla Stelvio, una pista che non fa sconti a nessuno, figurarsi a un ragazzo di diciotto anni con un pettorale che sembrava già una sentenza: l’81, l’ultimo. Ha chiuso al 66° posto, a 27 secondi dal vincitore. Numeri che nei libri ufficiali restano piccoli, quasi invisibili.
Ma non è lì che si misura il peso delle storie.
Perché Issa era anche il portabandiera del Kenya. Il solo. L’ultimo e il primo, insieme. E mentre sfilava con i colori nero, rosso e verde, c’era qualcosa di più grande del risultato sportivo. C’era l’idea stessa dell’Africa sulla neve, una contraddizione che diventa poesia.
“Essere qui è un’esperienza incredibile”, ha raccontato con la semplicità di chi non sa ancora di essere già diventato simbolo. Sugli spalti c’era sua madre, il suo allenatore e perfino alcuni amici arrivati dal Kenya per vederlo. Un piccolo pezzo di Africa piantato nel ghiaccio.
Nel tempo libero ascolta rap e va in mountain bike downhill, perché la velocità è una lingua che conosce bene. Ma è lo sci il suo amore vero, quello che non ha bisogno di spiegazioni.
Probabilmente non vincerà mai una medaglia olimpica. Forse resterà sempre uno di quei nomi che si leggono in fondo alla classifica, dove finiscono i sogni che non hanno sponsor.
Ma un giorno, da qualche parte in Kenya, un bambino vedrà una foto di Issa sulla neve e penserà che anche lui può farlo.
E magari, tra vent’anni, il Kenya non entrerà più nello stadio olimpico con un solo atleta.
Ma con una squadra intera.
E tutto sarà cominciato con un ragazzo nato in Francia, con una madre keniana e una bandiera troppo grande per le sue mani.
Come succede sempre con i pionieri.
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