KENYA NEWS
08-01-2026 di Freddie del Curatolo
Lo scellino keniota, a fine 2025, si presenta come uno di quei personaggi africani che ti salutano con un sorriso largo e poi, girato l’angolo, cambiano umore. Tiene duro con il dollaro, perde terreno con l’Europa, inciampa sullo yen, si lascia superare dal rand. Non crolla, ma nemmeno convince del tutto. Sta in piedi, che in economia africana è già una forma di eroismo quotidiano.
Secondo l’ultimo rapporto su PIL e macroeconomia dell’Ufficio Nazionale di Statistica del Kenya, nel terzo trimestre del 2025 lo scellino ha mostrato un andamento misto che racconta molto più di una semplice tabella di cambi. Con il dollaro statunitense, moneta totemica e psicologica prima ancora che finanziaria, la valuta keniota ha persino guadagnato uno 0,2%. Una stabilità quasi millimetrica che a fine anno si è confermata: il 31 dicembre 2025 lo scellino era scambiato a 129,01 contro il dollaro, praticamente identico al valore di Natale.
Poi però arriva l’Europa, e lì il sorriso si spegne un po’. Contro l’euro lo scellino ha perso il 6,2%, contro la sterlina britannica il 3,6%, contro lo yen giapponese lo 0,7% e contro il rand sudafricano l’1,6%. È come se il Kenya avesse retto l’urto del gigante americano, ma avesse faticato a tenere il passo con economie che, pur tra mille problemi, hanno visto rafforzarsi le rispettive valute.
Diverso il discorso a livello regionale. Qui lo scellino keniota si è comportato da fratello maggiore: +5,8% rispetto allo scellino tanzaniano e +4,1% su quello ugandese. Segno che, nel quartiere dell’Africa orientale, Nairobi resta ancora il punto di riferimento finanziario, con buona pace delle fragilità strutturali.
Il contesto macroeconomico non è stato ostile. L’inflazione è rimasta moderata, pur salendo leggermente al 4,42% nel terzo trimestre del 2025 rispetto al 4,08% dello stesso periodo del 2024. A spingere i prezzi sono stati soprattutto alimentari e bevande analcoliche: pane, mais, olio, zucchero. Le cose che non puoi evitare di comprare, nemmeno quando lo scellino decide di essere lunatico.
Sul fronte della politica monetaria, la Banca Centrale del Kenya ha scelto una linea più morbida. Il tasso di riferimento (CBR) è stato ridotto dal 9,75% di luglio al 9,50% tra agosto e settembre 2025, un taglio che arriva dopo il ben più severo 12,75% di settembre 2024. L’obiettivo dichiarato era stimolare il credito al settore privato, rimettere in circolo fiducia e liquidità. Funziona? In parte sì, ma come sempre il prezzo lo paga la valuta, che tende a indebolirsi quando il denaro costa meno.
A rassicurare, almeno sulla carta, ci sono le riserve valutarie. Le attività estere nette sono cresciute del 2,7%, arrivando a 948,2 miliardi di scellini, spinte soprattutto dall’aumento delle disponibilità della banca centrale. A fine dicembre le riserve totali ammontavano a circa 1,6 trilioni di scellini, equivalenti a 12,4 miliardi di dollari, sufficienti a coprire 5,3 mesi di importazioni. Numeri che fanno dormire sonni relativamente tranquilli a chi deve gestire il cambio giorno per giorno.
Eppure, il lato oscuro resta. Il deprezzamento dello scellino rispetto alle principali valute globali rischia di rendere più costose le importazioni: carburante, macchinari, elettronica. Tradotto: trasporti più cari, produzione più onerosa, prezzi al consumo che prima o poi se ne accorgono. A questo si aggiunge un disavanzo delle partite correnti che si è allargato in modo vistoso, passando da 43,5 miliardi di scellini nel terzo trimestre del 2024 a 135,3 miliardi nello stesso periodo del 2025. Un numero che pesa come una nuvola scura sull’orizzonte dei prossimi mesi.
In mezzo a tutto questo, la sorpresa arriva dalla finanza. La Nairobi Securities Exchange ha vissuto un anno brillante: l’indice NSE 20 Share Index è salito da 1.776 punti nel settembre 2024 a 2.973 punti nel settembre 2025. Gli investitori, soprattutto quelli non residenti, sembrano aver deciso che la volatilità dello scellino è un rischio accettabile, se accompagnato da rendimenti interessanti.
Anche l’economia reale ha fatto la sua parte. Agricoltura, edilizia, manifattura, trasporti e servizi finanziari hanno sostenuto una crescita del PIL del 4,9% nel terzo trimestre del 2025, in aumento rispetto al 4,2% dell’anno precedente. Non è un miracolo, ma è una crescita che resiste, nonostante tutto.
Alla fine, lo scellino keniota chiude il 2025 così: stabile dove conta psicologicamente, fragile dove pesa il commercio internazionale, forte nel suo cortile regionale, sotto pressione quando guarda troppo lontano. Non è una valuta trionfante, ma nemmeno una moneta in fuga. È lo specchio di un Paese che cammina, a volte barcollando, ma che per ora non cade. E in Kenya, anche questo, è già una notizia.
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