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19-05-2026 di Freddie del Curatolo
Alla fine, il rombo dei motori ha avuto la meglio sul silenzio dello sciopero. I matatu tornano sulle strade kenyane dopo la paralisi che ieri aveva trasformato Nairobi e molte altre città in giganteschi formicai umani, con pendolari costretti a chilometri a piedi e tariffe improvvisate da capogiro. Ma la tregua dura una settimana soltanto. Poi, se il governo non manterrà le promesse, il Paese rischia di ripiombare nel caos.
Il Kenya prova a rimettere in moto le sue strade. Dopo il caos di ieri e la paralisi parziale di questa mattina, i proprietari dei matatu, gli operatori dei taxi digitali e le altre associazioni del trasporto pubblico hanno sospeso per una settimana lo sciopero nazionale proclamato contro l’aumento dei prezzi di diesel e benzina.
La decisione è arrivata dopo una riunione d’emergenza ad Harambee House, nel cuore di Nairobi, dove il governo ha incontrato i rappresentanti del settore in un clima che, più che politico, somigliava a quello di una tregua sindacale in tempo di guerra economica. Perché il carburante in Kenya non è più soltanto un problema di distributori: è diventato il termometro della sopravvivenza quotidiana.
Il ministro dell’Interno Kipchumba Murkomen ha annunciato che le trattative proseguiranno fino al 26 maggio, nel tentativo di trovare un accordo che eviti una nuova paralisi del Paese. Tradotto dal linguaggio istituzionale: il governo ha capito che lasciare milioni di kenyani senza mezzi pubblici mentre i prezzi continuano a salire potrebbe trasformarsi in qualcosa di molto più serio di uno sciopero.
Così, dopo una mattinata di negoziati, è arrivata la sospensione della protesta. I matatu dovrebbero tornare gradualmente a circolare già da oggi e le associazioni hanno invitato i loro membri a riprendere immediatamente il lavoro. Ma l’avvertimento è rimasto sul tavolo, pesante come una tanica di diesel: se entro una settimana non arriveranno risposte concrete, lo sciopero riprenderà.
Il presidente della Matatu Owners Association, Albert Karakacha, lo ha detto senza troppi giri di parole: gli operatori stanno concedendo tempo al governo, non fiducia illimitata. E in effetti il settore dei trasporti sostiene di essere ormai schiacciato tra costi operativi insostenibili e passeggeri sempre più poveri, incapaci di reggere ulteriori aumenti delle tariffe.
Nel frattempo, il Kenya resta sospeso tra due fotografie opposte. Da una parte le immagini di ieri: terminal deserti, strade congestionate, lavoratori a piedi per chilometri e pendolari aggrappati ai pochi mezzi disponibili come negli anni più duri delle crisi energetiche africane. Dall’altra, quella di oggi: il tentativo di riportare normalità in un Paese che continua però a vivere con il motore acceso al minimo.
Perché il problema vero non sono soltanto i matatu. È il costo della vita che continua a salire mentre stipendi e opportunità restano inchiodati. E ogni aumento del carburante, in Kenya, diventa automaticamente aumento del pane, del trasporto, della frutta al mercato, del pesce sulla costa e persino della corsa in boda boda nel villaggio più remoto.
Così le trattative di questa settimana saranno molto più di un tavolo tecnico. Saranno l’ennesima prova di equilibrio di un Paese che continua a correre, ma con la spia della riserva accesa da troppo tempo.
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