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Un altro film gay fa discutere in Kenya

"I am Samuel" è stato vietato e dichiarato illegale

24-09-2021 di redazione

Un altro film sull’omosessualità crea scompiglio nei puritani vertici della censura keniana e si riflette sull’opinione pubblica di un paese che ancora non ha superato certi tabù ma che ha, specie nelle nuove generazioni, una nutrita comunità LGTBQ+ (come si “deve” scrivere oggi).
Il direttivo del Kenya Film Classification (KFCB) ha vietato la distribuzione in ogni forma del film-documentario keniano dal titolo “I am Samuel” del regista Pete Murimi, per i suoi contenuti esplicitamente gay.
Il KFCB ha dichiarato che il film viola l’articolo 165 del codice penale che dichiara l’omosessualità non legale e di conseguenza va anche contro le disposizioni sulla cinematografia e il teatro (Films and Stage Plays Act).
“Per evitare fraintendimenti – recita il comunicato del direttivo – il divieto riguarda la visione, la distribuzione, il possesso o la trasmissione del film all’interno della Repubblica del Kenya”.
La “colpa” di “Io Samuel”, film già presente in alcuni festival britannici e di cui è disponibile anche il trailer, senza limitazioni per il Kenya, sarebbe quella di “un chiaro e deliberato tentativo da parte della produzione di promuovere il matrimonio tra due esponenti dello stesso sesso come uno stile di vita accettabile”.
Secondo KFCB l’intento è evidente nelle ripetute dichiarazioni d’amore della coppia gay.
“Arrivano a dire che ciò che sentono l'uno per l'altro è normale e dovrebbe essere abbracciato come un modo di vivere, così come il linguaggio del corpo dei personaggi, comprese le scene di bacio dei due amanti maschi”.
Secondo l’organo del Governo il film cerca quindi di influenzare lo spettatore a credere che le generazioni che una volta erano contro l’omosessualità stanno accettando lentamente queste abitudini e considerando il matrimonio tra persone dello stesso sesso come un modo di vivere naturale.
“I am Samuel” effettivamente si chiude con il matrimonio tra due maschi keniani e la dedica finale è alla comunità gay del Kenya.
Altra discriminante, secondo KFCB è l’aver affiancato alle pratiche che per il Kenya sono illegali e passibili di condanne e prigione, la religione cristiana, cercando di sposarsi in chiesa e invocando il nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
“Il direttivo trova il docufilm non solo blasfemo, ma anche tendenzioso in quanto cerca di usare la religione per sostenere la legittimità di un matrimonio tra persone dello stesso sesso”.
Non è la prima volta che la cinematografia locale viene censurata per contenuti vicini al movimento LGTBQ+. In passato il film “Rafiki”, che raccontava un amore saffico a Nairobi, era stato vietato sul suolo nazionale. Dopo la menzione speciale al Festival di Cannes e altri premi internazionali, il Governo keniano ne aveva permesso la distribuzione nei cinematografi, ma solo per una settimana.
In tutto questo l'opinione pubblica si schiera più con le istituzioni che con i giovani autori keniani e con la comunità omosessuale. 
"Il Kenya è una nazione seria, fondata su solidi principi, brava KFCB" è uno dei tanti commenti apparsi sui social e anche chi non giudica e non mette in croce produttori e registi, li "Invita" ad andare a fare film e sposarsi all'estero, non in un paese che mette al bando l'omosessualità.


 

TAGS: film kenyaomosessualità kenyagay kenyacensura kenya

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