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Una expressway da Nairobi a Thika, ma serviva?

Il presidente Ruto annuncia il lavori da settembre

24-02-2026 di Freddie del Curatolo

C’è una promessa che aleggia sopra il traffico immobile della Thika Road, e ha la forma sottile e ambiziosa di un viadotto. Il presidente William Ruto ha annunciato che a settembre 2026 inizieranno i lavori per una nuova expressway di circa sessanta chilometri, destinata a collegare Thika a Museum Hill, nel cuore della capitale. Il traffico sulla Thika Road è una forma di meditazione forzata: si entra giovani e si esce saggi, con la barba più lunga e le speranze più corte. Ora William Ruto promette di restituire tempo ai vivi, costruendo una nuova expressway che dovrebbe correre sopra la rassegnazione quotidiana di centinaia di migliaia di pendolari.

Lo ha detto durante una funzione religiosa a Ruiru, un luogo che conosce bene il prezzo quotidiano dell’attesa. “Questo ingorgo, dopo Githurai, crea disagi fino a Museum Hill. Ho un piano”, ha spiegato, evocando implicitamente il precedente più visibile e controverso della sua visione infrastrutturale: la Nairobi Expressway che oggi collega Westlands all’aeroporto Jomo Kenyatta.
Chi percorre quella strada sospesa conosce la sensazione quasi irreale di attraversare Nairobi senza toccarla. Sotto, la città continua a esistere, con le sue bancarelle, i suoi matatu, i suoi venditori di arachidi e le sue improvvise rassegnazioni. Sopra, invece, si scivola via, pagando un pedaggio che è insieme un privilegio e una scorciatoia.

La nuova expressway per Thika promette qualcosa di simile, ma su scala ancora più grande. Sessanta chilometri per restituire fluidità a una delle arterie più congestionate del Paese, attraversata ogni giorno da centinaia di migliaia di lavoratori, studenti, camionisti e sognatori con appuntamenti sempre in ritardo.
Il progetto non nasce dal nulla. Già durante le celebrazioni del Jamhuri Day del dicembre 2025, Ruto aveva annunciato l’intenzione di costruire questa nuova infrastruttura, riconoscendo che la crescita urbana verso nord aveva trasformato Thika e le città circostanti in una vasta periferia dormitorio di Nairobi.
È il destino naturale delle capitali africane: crescere più in fretta della loro capacità di respirare.

Ma come ogni grande promessa, anche questa porta con sé dubbi e interrogativi. La Motorists Association of Kenya ha già espresso la propria opposizione, sostenendo che la Thika Superhighway, così com’è, soddisfa già gli standard internazionali di una expressway, senza incroci, semafori o rotatorie. Secondo loro, il problema non è la strada, ma il numero crescente di veicoli e la pianificazione urbana.
È un’obiezione difficile da ignorare, perché solleva una domanda più ampia: costruire nuove strade risolve il traffico, o lo invita semplicemente a crescere?
E poi c’è la questione più delicata, quella che raramente si dice ad alta voce ma che tutti pensano. La Nairobi Expressway ha dimostrato che la velocità ha un prezzo, e che quel prezzo non è per tutti. Molti continuano a viaggiare sotto, tra il rumore e la pazienza, mentre sopra passano quelli che possono permetterselo.

Questo non significa che l’infrastruttura sia inutile. Al contrario, è diventata una componente essenziale del funzionamento economico della città, riducendo i tempi di percorrenza per il trasporto commerciale, facilitando i collegamenti e, in un certo senso, ridando valore al tempo.
Le grandi strade non eliminano le disuguaglianze, ma possono ridurre l’attrito che impedisce a un Paese di muoversi.
Il governo ha anche annunciato altri investimenti significativi nella contea di Kiambu, con oltre 15 miliardi di scellini destinati alla riqualificazione delle strade locali e altri 22 miliardi per il raddoppio della Pangani–Denderu road, oltre al miglioramento del collegamento tra Kamakis e Kiambu town. Parallelamente, proseguono i lavori sulla Nakuru–Nairobi highway, in particolare nel tratto Rironi–Mau Summit, che dovrebbe essere completato entro giugno 2027.

È un mosaico di asfalto che racconta una visione precisa: un Kenya che cerca di stare al passo con la propria crescita.
Naturalmente, ogni infrastruttura di questa scala comporta un costo. Non solo economico, ma anche politico. I contribuenti si chiedono quanto peserà sulle finanze pubbliche, e per quanto tempo. Gli elettori si chiedono se si tratta di una necessità o di una promessa.
E tuttavia, c’è qualcosa di profondamente umano in queste strade che ancora non esistono. Sono una forma di ottimismo istituzionale. Un modo per dire che il futuro è ancora negoziabile.

Il presidente Ruto sembra voler credere che il Kenya non debba rassegnarsi al proprio traffico, né alla propria immobilità. Che la crescita non sia una condanna, ma una sfida tecnica. Che si possa costruire una via d’uscita, letteralmente.
Forse la nuova expressway servirà soprattutto a chi potrà permettersi il pedaggio. Forse alleggerirà davvero il traffico per tutti. Forse farà entrambe le cose, o nessuna delle due.
Ma in un Paese giovane, dove il futuro arriva sempre troppo presto e troppo affollato, anche la promessa di una strada può essere una forma di movimento.

TAGS: ThikaExpresswaytraffico

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