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Vodacom si prende Safaricom, cosa succede adesso?

Con la nuova acquisizione, il colosso sudafricano supera il 50%

05-12-2025 di Freddie del Curatolo

C’è un’Africa che non aspetta i salvataggi dall’alto, ma che si compra da sola il suo futuro gigabit dopo gigabit. E poi c’è il Kenya, che da trent’anni gioca una partita tutta sua tra antenne improvvisate, visionari più o meno consapevoli e qualche numero che fa girare la testa anche alle multinazionali col pedigree.
In mezzo a tutto questo, Safaricom: il bambino prodigio nato come costola della Kenya Posts and Telecommunications Corporation, cresciuto con le ginocchia sbucciate del giovane capitalismo africano e diventato, in pochi anni, il fratello maggiore di mezzo continente.

Ora quel bambino – diventato gigante verde M-Pesa – cambia di nuovo casa. O meglio: cambia padrone di maggioranza.

La mossa da 2,1 miliardi che ridisegna l'asse Nairobi–Johannesburg

Vodacom Group, il colosso panafricano delle telecomunicazioni, ha annunciato di voler portare la sua partecipazione in Safaricom dal 35% al 55%.
Una mossa che non si vede tutti i giorni, soprattutto se sul tavolo ci sono:

  • 15% acquistato direttamente dal Governo del Kenya

  • 5% acquisito da Vodafone

  • Prezzo: 34 scellini a quota, per un valore complessivo di 2,1 miliardi di dollari

Se le autorità di Kenya, Etiopia e Sudafrica daranno il via libera, Safaricom resterà quotata alla Borsa di Nairobi ma avrà un nuovo azionista di controllo: proprio Vodacom.

Per Shameel Joosub, CEO del gruppo, è un passo “epocale”, perché permetterà di consolidare Safaricom nei bilanci Vodacom, gonfiando i ricavi fino a 220 miliardi di rand e – parole sue – “accelerare la crescita e l'inclusione digitale in Kenya ed Etiopia”.

Dall’altra parte, il CEO di Safaricom Peter Ndegwa applaude: “Vodacom è con noi dall’inizio, e il loro investimento dimostra fiducia nella nostra gente e nella nostra strategia”.

Ma com’è nata davvero Safaricom?

Togliamoci i luoghi comuni: Safaricom non è nata già campione, anzi.

  • Anni ’90: era un dipartimento un po’ dimenticato della KP&TC, la vecchia struttura statale che gestiva tutto: linee fisse, posta, telefoni che suonavano quando volevano loro.

  • 1997: diventa società autonoma, e l’anno dopo arriva Vodafone con un investimento che molti, all’epoca, giudicavano avventato.

  • 2000: nasce ufficialmente Safaricom Limited. Qualcosa si mette in moto.

  • 2007: arriva quel colpo di genio che cambierà il Kenya e poi mezzo continente: M-Pesa, l'idea – semplice e rivoluzionaria – di trasformare ogni telefono in una banca tascabile.

Il resto è storia: mentre le banche discutevano e le élite dubitavano, i keniani inviavano soldi in bus, poi con i “matatu”, poi con i cellulari.
E da lì Safaricom diventa tutto ciò che oggi chiunque conosce: campione di utili, margini, innovazione, e soprattutto di fiducia popolare.

Chi possiede oggi Safaricom?

Con la transazione proposta, la fotografia dell’azionariato sarà questa:

  • Vodacom Group: 55% (dal 35%)

  • Governo del Kenya: 20% (quota che mantiene, con rappresentanza in board)

  • Altri investitori, fondi e azioni in Borsa di Nairobi: 25%

Vodafone continuerà ad avere influenza attraverso Vodacom, ma tecnicamente cede una parte del suo pacchetto diretto.

Perché tutto questo interesse?

Perché Safaricom non è solo un operatore telefonico.
È un ecosistema:

  • telecomunicazioni

  • fintech

  • cloud

  • IoT

  • servizi enterprise

  • espansione in Etiopia, un mercato da oltre 120 milioni di persone

E poi, soprattutto, M-Pesa, la gallina dalle uova digitali che fa gola a qualunque investitore globale.

E il Kenya cosa ci guadagna?

Il Governo parla di una scelta strategica: vendere parte della quota “senza aumentare le tasse né indebitare il Paese”, come ha dichiarato il ministro del Tesoro John Mbadi.
Tradotto: usare i proventi per finanziare infrastrutture e crescita, lasciando però allo Stato il 20% di una delle sue attività più preziose.

Nel frattempo, tra Nairobi ed Addis Abeba…

La corsa alla digitalizzazione continua.
Safaricom punta a espandersi in Etiopia, dove la partita è appena iniziata e può riservare sorprese.
Vodacom, dal canto suo, vuole diventare il regista di una rivoluzione tech africana, di cui il Kenya resta il laboratorio più brillante.

E noi, dalle nostre panchine di Malindi o dalle polverose strade di Eastleigh, possiamo guardare questo gioco di giganti pensando che tutto è iniziato da un’idea: un telefono che, invece di squillare, poteva trasferire soldi.
Come dire: la tecnologia passa, ma le buone intuizioni restano. Anche quando sono nate in un ufficio statale con la luce che saltava ogni due per tre.

TAGS: SafaricomVodacomtelefoniaoperatore

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