OPINIONI
18-03-2026 di Michele Senici
Sono arrivato in Kenya in tempo per vedere la vecchia Waiyaki Way, a Nairobi.
Una settimana dopo l’hanno rasa al suolo.
Allora, arrivare a Westlands assomigliava all’ingresso in una foresta.
La strada riposava sotto una coperta di chiome di alberi, cresciuti come fossero mazzi di fiori, sia ai lati che al centro, nel grande spazio tra le due carreggiate. Non pareva d’arrivare in città ma di essere giunti in periferia.
E invece no: quel piccolo bosco urbano già nascondeva luminosi grattacieli, hotel di gran lusso, supermercati ben forniti e cottages di altri tempi.
Poi, in una notte, il bosco è stato raso al suolo, il cielo è tornato a vedere la strada e, almeno per me, quel pezzo di Nairobi ha smesso di essere stupefacente.
È diventato uguale a centomila altri viali, una strada anonima nella catasta di migliaia di superstrade che tengono insieme le metropoli sparse nel mondo. In quel momento ero occupato e il mio cuore non aveva spazio per il dolore per degli alberi tagliati.
Ero appena arrivato in Kenya, pronto a costruire, ricominciare, progettare. Non c’era spazio per il lutto.
Oggi, da quattro anni a Diani, lasciata Nairobi alle spalle, trovo spesso il tempo per piangere i tronchi affettati della Waiyaki Way.
In queste settimane, in particolare, il lutto si è trasformato in angoscia.
A Diani, dopo aver inaugurato quasi un mese fa un grande centro commerciale che ti accoglie con un luminoso benzinaio all’ingresso, si discute della costruzione di una nuova stazione di servizio, sulla strada della spiaggia, a cinquecento metri da quella che hanno appena inaugurato.
Il mio cuore è tornato a quegli alberi ben disposti a Nairobi, alla segatura che copriva la strada la mattina dopo, al pensiero di quelle scimmie rimaste orfane della loro superstrada verde. Chissà dove se ne saranno andate!
La bellezza e la tragedia delle cittadine sulla costa è il loro essere composte da plot , appezzamenti di terra ben squadrati. I pezzi di terra non sanno di essere parcelle catastali, non comprendono di avere un titolo che le nomina, non conoscono l’uomo che si è incoronato loro proprietario. L’appezzamento di terra giace e lascia crescere gli alberi mentre il suo imperatore lo ignora. Il terreno se ne sta lì, accettando che qualcuno gli scarichi sopra qualche rifiuto, che qualcun altro si imboschi per espletare un impellente bisogno, che le capre gli facciano la barba mordicchiando i suoi arbusti ispidi. Il plot è persino generoso ai miei occhi: lascia che io ci passi di fronte a piedi, talvolta in moto, e possa ammirare la sua ostinata determinazione a crescere verdissimo.
Poi, d’un tratto, l’uomo si sveglia con un gruzzolo verdeggiante in banca e sceglie che quella terra smetta di autodeterminarsi e che sia giunto il tempo di dominarla con ruspe, carriole, mattoni e cemento. La tragedia della costa è che di queste scelte te ne accorgi subito. Lì dove fino a ieri c’era una foresta informe, oggi gli alberi spariscono lasciando una radura quadrata geometrica.
Domani arriveranno delle lamiere a delimitarla e, da qui a qualche mese, farà capolino una palazzina, sopra a un muro di cinta bianco accecante. O peggio ancora, apparirà un benzinaio con le sue luci gialle fluorescente.
Non sono contrario al progresso, vivo in una casa non mia ma che ha senza dubbio tagliato alberi per esistere, ancora prima che nascessi.
Mi muovo con motociclette che hanno sete di gasolio e compro la pasta al supermercato, che è avvolta in sacchetti di plastica inutile, 400 grammi alla volta. Ma mi domando: come sarà domani questa terra?
Ho paura del futuro perché temo che dovrò andarmene. Mi sono innamorato di questo luogo per la sua terra fertile, e se un giorno sarà tutta coperta di cemento, il mio amore sarà orfano, e io non avrò più motivi per restare. Ho iniziato a frequentare qualche gruppo di residenti, a leggere i documenti della contea. Ma tutto è così più grande di me che mi sento come un albero sulla Waiyaki Way, in balia delle lotte di classe e delle motoseghe. Quanto ancora dovremo attendere per un piano regolatore serio, che sia vero e bilanciato? Arriverà quando le scimmie colobus se ne saranno andate, i bushbabies piangeranno di notte altrove e i tessitori gialli ci guarderanno da ben lontano? Non è solo il mio futuro in Kenya ad essere in discussione, ma l’idea stessa che questo Paese possa crescere senza cancellare ciò che lo rende unico. Siamo ancora in tempo. Ma la misura non si troverà da sola: va scelta, ora.
••• Michele Senici, 1993. Educatore, insegnante, coordinatore di progetto. Ho aperto Casa Hera a Diani perché non sapevo dove continuare la mia vita. L’ho capito ora? Certamente no, ma va bene così, almeno osservo, penso, scrivo
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