Ambiente

NATURA E AMBIENTE

Kenya, dietro le scatole aperte delle 'conservancy'

Sempre più "wildlife farm" con affari illeciti

05-10-2025 di Freddie del Curatolo

C’era una volta la conservazione. Oggi, in Kenya, spesso si chiama “allevamento di fauna selvatica”.
Nome altisonante, quasi epico: immagini di ranger eroici, foreste salvate, animali felici.
Poi uno va a vedere e scopre che dietro la targa c’è una gabbia: dentro, pappagalli che non voleranno mai più, coccodrilli che non vedranno fiumi, tartarughe in attesa di un cliente da brodo e serpenti che nessun incantatore potrà mai liberare.
In pratica, se quasi tutte le conservancy si propongono di salvaguardare felini ed erbivori di savana, molte altre, secondo World Animal Protection, si travestono da paradisi della protezione e dell'osservazione per turisti, mentre invece allevano animali selvatici per venderne la carne o le pelli, e non è detto che, traffico illecito per traffico illecito, non lo facciano anche con altri animali.

Conservancy o conserve in scatola?

Il principio è semplice: si prende un animale selvatico, lo si mette in cattività e lo si vende, vivo o a pezzi.
Per turismo, per il commercio di animali domestici, per la pelle, per la carne.
Non proprio il massimo della poesia africana.
Questi non sono rifugi, ma depositi: recinti piccoli, spogli, senza arricchimenti o cure particolari.
Il paradiso perduto ha il colore del cemento.

I numeri che non fanno favola

Un rapporto dal titolo eloquente – Behind Bars – ha contato più gabbie che buone intenzioni:

  • oltre 70 fattorie di fauna selvatica in tutto il Paese;
  • più di 2.000 coccodrilli stipati per trasformarsi in borsette e filetti;
  • 637 uccelli, tra cui pappagalli esotici e specie in via di estinzione, con le ali tarpate sul serio;
  • 186 rettili vari (tartarughe, serpenti, lucertole), tenuti in condizioni che definire “rustiche” sarebbe un complimento;
  • persino zebre e antilopi, più da cartolina che da allevamento, eppure finite nella stessa lista.

Il problema non sono i casi isolati: è il sistema stesso che ha smesso di distinguere tra santuario e magazzino.

Quando la gabbia diventa contagiosa

La faccenda non riguarda solo la sofferenza degli animali. Questi allevamenti aprono finestre che sarebbe meglio lasciare chiuse: perchè fuori si vedono animali catturati in natura “riciclati” come allevati in cattività, rischi di nuove malattie che saltano da una specie all’altra, antibiotici usati a caso che regalano batteri invincibili e turisti convinti di finanziare la conservazione, mentre stanno pagando il biglietto per un reality di gabbie.

Intanto, gli habitat veri – quelli che potrebbero ospitare gli animali liberi – restano i grandi assenti della narrazione.

E alla fine?

Le organizzazioni chiedono al governo di chiudere il sipario: stop agli allevamenti commerciali, leggi più severe, più investimenti nella natura viva. Sarebbe l’occasione di restituire al Kenya il ruolo di custode della fauna africana, e non di carceriere con licenza.

La speranza è che vinca la conservazione vera. La paura è che, come al solito, vinca il portafoglio. E a quel punto, più che “fauna selvatica”, resterà solo un inventario di gabbie ben chiuse.

TAGS: conservancyfarmwildlifebracconaggioillegale

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