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TERRITORIO

Il Kenya a Terra Madre di Torino con i suoi semi preziosi

I presidi Slow Food, l'eredità di Carlo Petrini e il futuro

25-09-2026 di Freddie del Curatolo

A Torino, in questi giorni, il Kenya non porta soltanto caffè, frutti esotici o qualche ricetta africana da far assaggiare al pubblico italiano. Porta una parte della sua memoria. Quella che vive nei semi conservati dalle comunità rurali, nel miele degli Ogiek, nello yogurt dei Pokot, nelle banane tradizionali, nelle ortiche della foresta Mau e perfino in un sale ricavato da una canna del fiume Nzoia. È la memoria che il compianto fondatore di Slow Food, Carlo Petrini aveva imparato ad ascoltare, molti anni fa, andando in Kenya e trasformando il cibo da semplice alimento in una questione di biodiversità, dignità e futuro.

È in questo spirito che il Kenya è presente a Terra Madre Salone del Gusto 2026, in programma a Torino dal 24 al 27 settembre, nell'edizione che coincide con i quarant'anni di Slow Food Italia e che è dedicata alla biodiversità nelle sue diverse dimensioni, naturale, agricola, gastronomica, culturale e sociale.

Uno degli appuntamenti che mette direttamente il Kenya al centro è quello dedicato al sorgo, in programma sabato 26 settembre. Il workshop, organizzato insieme a Meatless Monday e Slow Beans, mette in dialogo Lesotho e Kenya attraverso un cereale antico, protagonista delle tradizioni alimentari africane e oggi considerato anche per la sua capacità di adattarsi a condizioni climatiche difficili.

A raccontarlo saranno le cuoche Mirriam Moteane, dal Lesotho, e Lucy Githieyah, dal Kenya, attraverso degustazioni, racconti e ricette legate alla tradizione. Il tema non è soltanto gastronomico: sorgo e legumi diventano una porta d'ingresso verso la sovranità alimentare, la salute e sistemi agricoli più sostenibili.
Ma il sorgo è soltanto una parte della storia.

Undici Presìdi e una biodiversità da difendere

Oggi la rete di Slow Food Kenya comprende 11 Presìdi, oltre un centinaio di prodotti nell'Arca del Gusto, più di 600 orti e una rete di comunità, mercati e banche dei semi.

Tra i Presìdi troviamo prodotti che raccontano il Kenya molto più di qualsiasi catalogo turistico: il miele degli Ogiek, lo yogurt con la cenere dei Pokot, la zucca di Lare, il pollo Molo Mushunu, il sale di canna del fiume Nzoia, le ortiche essiccate della foresta Mau, oltre a diverse varietà tradizionali di banane e prodotti legati all'allevamento.

Sono alimenti che spesso hanno alle spalle una comunità e un territorio minacciati dall'omologazione, dal cambiamento climatico, dalla perdita delle terre o semplicemente dalla difficoltà di trovare un mercato.

Il caso del miele degli Ogiek è emblematico. La comunità vive storicamente nella foresta Mau e la sua apicoltura è legata all'ecosistema forestale. Il Presidio Slow Food non punta soltanto a vendere meglio il miele, ma anche a difendere la cultura degli Ogiek e l'ambiente dal quale quella produzione dipende. La cooperativa riunisce 12 gruppi di apicoltori e lavora sulla qualità, sulla differenziazione dei mieli, sul confezionamento e sulla commercializzazione.

Ancora più singolare è il sale di canna del fiume Nzoia, nel Kenya occidentale. Una tecnica che risalirebbe al XVII secolo permette di ricavare il sale dalla cenere di una pianta acquatica. Il Presidio è nato nel 2009 e coinvolge una trentina di produttori, sostenendo non soltanto la lavorazione e la commercializzazione, ma anche il rimboschimento necessario a ricreare le zone umide dove cresce la canna.

Mille orti, molto prima della moda dell'agroecologia

Accanto ai Presìdi c'è un'altra eredità importante: quella degli Orti in Africa, il grande progetto nato per portare nelle comunità rurali strumenti di agricoltura sostenibile, biodiversità e autonomia alimentare.

In Kenya uno degli esempi è l'orto comunitario di Karirikania, nella contea di Nakuru, coltivato da 18 donne. Vi crescono ortiche, patate, cavoli e piselli, mentre un vivaio conserva varietà locali di alberi. Al posto dei pesticidi chimici vengono utilizzati preparati naturali a base di piretro, ortiche e tagete, mentre il terreno viene fertilizzato con compost e letame.

Non è un'agricoltura nostalgica. È, semmai, un modo per ricordare che alcune delle risposte alle crisi alimentari e climatiche possono essere già contenute nelle conoscenze delle comunità rurali.

La rete keniana di Slow Food è attiva dal 2004 e nel corso degli anni ha costruito una collaborazione con comunità indigene, pastori e agricoltori, università, istituzioni e organizzazioni internazionali. La Fondazione Slow Food ricorda anche come più di dieci giovani keniani abbiano potuto studiare all'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo grazie alle borse di studio del movimento.

A Molo, nella Rift Valley, è nato anche il primo Mercato della Terra del Kenya, che riunisce produttori provenienti da oltre trenta comunità Slow Food e mette in vendita, tra gli altri, il miele Ogiek, la zucca Lare, il pollo Molo Mushunu e le ortiche della foresta Mau.

E poi c'era Carlo

È difficile raccontare questa storia senza tornare a Carlo Petrini.
Il fondatore di Slow Food è morto a Bra il 21 maggio 2026, a 76 anni. Aveva creato Terra Madre nel 2004 proprio con l'idea di mettere in relazione le comunità del cibo del mondo, dando voce a piccoli produttori, artigiani, pescatori, cuochi, giovani e custodi della biodiversità.
E il Kenya non fu per lui una semplice tappa africana.
Nel 2016 Petrini arrivò a Nairobi come presidente internazionale di Slow Food e allora Ambasciatore speciale della FAO per il programma Fame Zero. In quell'occasione presentò i primi 50 prodotti keniani dell'Arca del Gusto e annunciò che il congresso internazionale di Slow Food del 2017 si sarebbe svolto proprio a Nakuru, portando in Kenya circa 600 delegati da 120 Paesi. Pochi giorni dopo visitò le comunità Slow Food della zona e partecipò al lancio dell'Alleanza Slow Food dei cuochi in Kenya.
Non era una presenza simbolica. Petrini veniva a vedere i progetti, incontrava i produttori, parlava con i giovani, con le istituzioni e con le comunità.
Ed è significativo che oggi, nella rete keniana, il suo nome non venga ricordato soltanto come quello del fondatore di Slow Food. Per molti era semplicemente Carlo.
Perché la sua idea dell'Africa non era quella di un continente da salvare, ma di un continente dal quale imparare. Il principio era semplice e, forse proprio per questo, rivoluzionario: prima di insegnare a una comunità come mangiare, bisogna ascoltare quello che quella comunità mangia già.

Dal Kenya a Torino e ritorno

La presenza keniana a Terra Madre 2026 è quindi anche una sorta di viaggio di ritorno.
Dal sorgo raccontato a Torino ai semi custoditi nei villaggi della Rift Valley. Dai cuochi dell'Alleanza ai piccoli produttori. Dal miele degli Ogiek alle tecniche agricole tramandate dalle donne. Tutto riconduce alla stessa idea: la biodiversità non è una parola da conferenza internazionale, ma qualcosa che ha un volto, un nome e spesso anche un sapore.
È forse questa la parte più concreta dell'eredità di Petrini.
Non lasciare monumenti, ma comunità capaci di continuare a coltivare, allevare, raccogliere, cucinare e raccontare.
A Torino il Kenya porta dunque una parte della propria Africa. E, insieme a quella, porta anche un pezzo di quella che Carlo chiamava utopia.
Un'utopia che, almeno in Kenya, da parecchio tempo ha già messo radici.

TAGS: slowfoodPetrinipresidiradici

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