PERSONAGGI
05-12-2025 di Freddie del Curatolo
In un Kenya che corre come una chitarra elettrica impazzita, tra basi dancehall e trap che rimbalzano dai matatu come se Nairobi fosse diventata per sbaglio Atlanta, c’è un ragazzo della contea di Siaya, rive del lago Vittoria, che, invece, ha preferito tornare alle acque chete.
Non per pescare tilapie, ma per tirare su dal fondo una tradizione musicale che sembrava destinata a restare nel perimetro affettivo delle feste Luo, dei matrimoni, dei cortili polverosi dove l’Ohangla – sorella ruvida della rumba, cugina africana del blues – è sempre stata regina.
Lui si chiama Prince Indah, ma all’anagrafe è Evance Ochieng Opiyo.
Ha meno di trent’anni, un sorriso che pare un’armonia di percussioni e, soprattutto, la capacità rara di trasformare la nostalgia dei vecchi in carburante per le playlist dei giovani.
Il suo nuovo singolo, Dichol, è già un successo, e non è una sorpresa: l’Ohangla moderna, quando la tocchi bene, diventa come il benga nelle mani di D.O. Misiani o i fraseggi del taarab quando si mettono d’accordo con il vento di Mombasa. Una cosa viva, indomabile, che non si può confinare né nel passato né nei musei.
Qualche settimana fa il presidente William Ruto lo ha insignito del titolo di “Gran Guerriero”. Un riconoscimento che, conoscendo la prudenza degli uffici pubblici kenyani, la dice lunga: la musica di Prince Indah è ormai entrata nel salotto buono dei simboli culturali nazionali. Ma dietro la medaglia luccicante c’è, come spesso accade da queste parti, una storia di fatica e di resistenza che sembra scritta da uno dei tanti cantautori delle township: quelli che strimpellano la speranza seduti su un sacco di cemento.
Nato nel 1994 a Murumba, nel cuore della contea di Siaya, terzo di cinque figli, Indah ha conosciuto presto il dolore: prima la morte del padre, quando frequentava la Daima Primary School di Huruma, poi quella della madre durante il liceo.
Due fendenti che avrebbero piegato chiunque, ma non lui.
Lasciata la scuola per mancanza di mezzi, ha fatto quello che fanno tutti i giovani kenyani quando la vita sembra voltargli le spalle: ha preso la pala e il martello ed è andato a costruire case, magari sognando che un giorno avrebbe costruito qualcos’altro. Per esempio il suo futuro.
Il destino, però, aveva già iniziato a pizzicare le corde giuste. A Huruma si era innamorato degli spettacoli locali di Ohangla, in particolare della Ramogi Ohangla Rhumba (R.O.R) Band guidata da suo zio e dal celebre Emma Jalamo. Quello zio un po’ burbero ma dal ritmo impeccabile, quel maestro considerato il “Re dell’Ohangla”, sono stati la sua scuola. Prima percussionista, poi batterista, poi corista: passo dopo passo, Indah si è fatto largo, scalando la gerarchia come un giovane Miles Davis del lago Victoria.
Nel 2014 pubblica il suo primo album, con titoli che oggi i fan recitano come rosari: Cinderella, Nyakisumu Pt.1, Pokna. Due anni dopo se ne va dalla band di famiglia – cosa che in Kenya richiede più coraggio che lasciare un lavoro statale – e fonda la sua Malaika Ohangla Rhumba Band. Il risultato? Un’ascesa irresistibile: Weche Hera nel 2017, due album potentissimi nel 2023, Puonj Mag Dak e Kitabu Mar Hera, ascoltati dalle boda-boda di Kisumu alle cucine delle madri Luo sparse per il Paese.
La consacrazione arriva nel 2024: mentre celebra il suo matrimonio tradizionale a Migori con la compagna di sempre, Winnie alias Nyar Migori, il Kenya scopre definitivamente che il ragazzo non è solo un fenomeno locale, ma un simbolo nazionale. E a dicembre, insieme a Sarah Hassan e Brenda Wairimu, gli viene conferito l’Ordine del Grande Guerriero. Non male per uno che fino a pochi anni prima scaricava sacchi di sabbia a Nairobi.
Oggi Prince Indah è molto più di un musicista. È un custode moderno: uno che rispetta il passato, lo ripulisce dalla polvere, gli cambia le scarpe ma non la camminata. Promuove eventi culturali, sostiene i giovani talenti, parla con orgoglio delle radici Luo. La sua musica è un ponte tra chi ricorda le notti lunghe del villaggio e chi vive con gli auricolari sempre accesi.
E quando sul palco inizia a suonare, con quelle percussioni che sembrano dialogare con le stelle del lago Victoria, si capisce perché si fa chiamare Prince. Non per un vezzo nobiliare, ma perché la tradizione – quella vera – ha scelto lui come erede. E lui, con la grazia dei guerrieri che non hanno mai dimenticato da dove vengono, sta cercando di portarle l'Ohangla dove merita: nel futuro, senza fargli perdere l'anima.
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