Editoriali

EDITORIALE

Et voilà, il ritorno in scena di Uhuru Kenyatta

L'ex leader di nuovo in politica verso le elezioni del 2027

29-09-2025 di Freddie del Curatolo

Uhuru Kenyatta ha deciso di togliersi ciabatte e vestaglia, indossare una delle sue splendide e fantasiose camicie e rimettersi in gioco, come chi si alza la mattina in una reggia e scopre che il letto a baldacchino è troppo grande e troppo vuoto, e la polvere della stanza racconta storie di un passato recente che non gli è andato giù.
L’ex presidente, figlio del padre della patria Jomo Kenyatta, ha convocato una conferenza stampa, ha guardato negli occhi i giornalisti dopo “tanto tanto tanto tempo”, come cantava Madame, ha parlato delle delusioni amorose del passato, soprattutto quella con William Ruto, l’ex vice e ora avversario, e ha fatto capire – con quella gentile crudeltà tipica dei vecchi re – che nemmeno Raila Odinga, l’ex rivale che una volta aveva sostenuto, se la passa proprio bene nella sua scala di simpatia. L’annoso triangolo dall’odioso sapore tribale, tra il presidente Kalenjin, l’ex Kikuyu e l’ondivago oppositore Luo, ha ancora i suoi protagonisti in scena.

Dal suo pulpito a Nairobi, durante la convention nazionale del partito Jubilee, Uhuru ha messo le cose in chiaro: il partito sarà presente ovunque, in tutte le elezioni, con la serietà di chi sa di avere ancora un peso specifico nella politica keniota, e con la promessa, sospesa nel tempo come un annuncio teatrale, di dire qualcosa di più sull’alleanza con Azimio La Umoja, ormai tramontata dopo la scelta dell’ex leader dell’opposizione Odinga di entrare nel governo con l’amante che tradì. Ma quello che più colpisce è la nostalgia generazionale: la dichiarazione di Uhuru suona come un messaggio a se stesso e ai vecchi compagni, ma anche come un invito ai giovani del Paese. Generazione senza tribù, determinata, risoluta. La generazione che, secondo Uhuru, sa cosa vuole e non ha paura di prenderselo, a qualsiasi costo.

Eppure, tra l’elogio dei giovani e la teatralità dei discorsi, emerge una punta di amarezza. I suoi programmi, quelli che lui aveva piantato come semi di progresso e soprattutto di sicurezza – l’operazione antiterrorismo al confine con la Somalia e altre iniziative – sembrano oggi fiori appassiti o, peggio, erosi da riforme improvvisate. Secondo lui, l’esperimento del nuovo governo non funziona come dovrebbe, e il popolo, come sempre, paga il conto della politica. Il vecchio presidente osserva, scuote la testa, e decide: “Ritorno io, anche solo dietro le quinte, perché qualcuno deve ricordare cosa significa fare le cose con un minimo di buon senso.” Per non parlare della transizione della sanità pubblica, molto criticata da Kenyatta.

In fondo, la politica kenyota resta una commedia tragica, con vecchi protagonisti che tornano in scena, giovani che cercano di scrivere il proprio copione e cittadini che assistono tra speranza e rassegnazione. Uhuru Kenyatta, con il suo ritorno annunciato, sembra dire che nessuno può davvero permettersi di restare a guardare. L’importante, per la pace e la stabilità di questo paese sospeso tra salti in alto e zoppicanti camminate, con troppa gente costretta ancora a strisciare, è che le contrapposizioni politiche non si (ri)trasformino in faide tribali.

TAGS: uhurukenyattapoliticaelezioniJubilee

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