ECONOMIA
15-09-2025 di Freddie del Curatolo
Il Fondo Monetario Internazionale ha parlato, e quando parla lui è un po’ come quando la maestra faceva “shhh” in classe: tutti zitti, anche se quello che arriva dopo non è sempre piacevole.
Il messaggio, tradotto senza giri di parole, è: “Cari africani, siete già indebitati fino al collo, ma non avete alternative. Quindi continuerete a bussare alla nostra porta”.
In prima fila, come quasi sempre, il Kenya. Nairobi ha infatti riaperto il dialogo con Washington per un nuovo programma di prestiti, nonostante quello precedente sia rimasto un po’ zoppo: obiettivi fiscali mancati, deficit che non scende, tasse che non salgono. Risultato? L’ultima tranche da 850 milioni di dollari, svanita come una tusker aperta dimenticata al sole, dopo essere stata venduta come “baridi sana”.
E allora ecco deep freezer e idrolitina: obbligazioni per la diaspora, privatizzazioni, rifinanziamenti creativi. Tutto pur di tamponare un buco che ormai non è più un buco, ma una delle voragini sulla strada per Narok.
Del resto, i numeri parlano chiaro: 11 trilioni di scellini di debito pubblico, metà interno (buoni del Tesoro e bond vari), metà esterno (multilaterali, bilaterali, commerciali… la collezione completa). In totale, il 63% del PIL. Ben oltre la soglia del “va bene così” e ben dentro quella del “ci pensiamo domani”.
Gli investitori stranieri intanto storcono il naso e chiedono interessi più alti, come l’usuraio di Kileleswha che ha fiutato la disperazione. E proprio qui entra in scena il FMI: non solo come banca di ultima istanza, ma come lasciapassare per altri prestiti. Un po’ come quando ti presenti a un matrimonio con un invito ufficiale: senza, non ti fanno nemmeno entrare in sala, una volta inserito, ti puoi abbuffare, ballare e ubriacare.
Peccato (o forse no?) che le nuove trattative difficilmente si chiuderanno prima del 2027, anno di elezioni. Perché – diciamocelo – quale governo sano di mente può alzare le tasse e tagliare le spese alla vigilia di una campagna elettorale?
E così, mentre Ruto sogna e promette un Kenya che paga i suoi debiti e rilancia l’economia, la realtà resta questa: un Paese che continua a vivere a credito, sperando che la prossima rata non arrivi troppo presto.
E il FMI, puntuale come il condominio che ti ricorda le spese arretrate, è lì ad aspettare di farti ipotecare la lavastoviglie, vendere il garage e subaffittare una stanza a uno studente cinese.
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