RICORRENZE
20-11-2025 di Freddie del Curatolo
Sette anni fa, il 20 novembre 2018, per gli italiani che frequentavano e avrebbero frequentato il Kenya, cambiò per sempre qualcosa. Il rapimento della giovane italiana Silvia Romano, definita erroneamente “cooperante”, ma in realtà volontaria senza alcun permesso né visto speciale, se non quello turistico, che prestava servizio più o meno a rimborso spese per una scalcinata Onlus marchigiana, fece luce sulla superficialità con cui non solo veniva (e in parte ancora viene) gestita la solidarietà a Malindi e dintorni, e sulla percezione del pericolo quando si pensa all’Africa come una terra dove, in contrapposizione alle ferree regole dell’occidente, si può esercitare un’eccessiva libertà.
I fatti sono noti, Silvia Costanza Romano, venticinquenne milanese, vive da qualche settimana a Chakama, nell’entroterra di Malindi, circa 80 chilometri, sulla strada che conduce al parco nazionale dello Tsavo. Lì coordina un progetto di solidarietà creato da Lilian Sora, una donna di Fano che ha creato una associazione senza scopo di lucro per aiutare la povera gente locale, e specialmente i bambini: farli studiare e, tramite donazioni, garantirgli un pasto sicuro e medicinali.
I più maliziosi e chi di questi progetti “borderline” ne ha visti tanti, dicono che grazie a queste donazioni, la donna si paga le sue “vacanze solidali” in Kenya, dove si è fidanzata con un masai, che guardacaso lavora nel progetto, e ovviamente fornisce vitto, alloggio e rimborso spese alle volontarie e ai volontari che vanno e vengono.
Nei continui viaggi di giovani che decantano la vita rurale in mezzo ai poveri, agli “ultimi” di Chakama, i volontari sono carichi di bagagli con medicinali, abbigliamento ed altri prodotti, in un giro che coinvolge anche un bar di Malindi gestito da italiani che hanno qualche problemino con la giustizia italiana. Ma questa è un’altra storia, di cui però poco dopo il rapimento, in molti si occuperanno.
Silvia, che va avanti e indietro da Chakama a Malindi, accede ai conti bancari della onlus e funge da direttrice sul campo, intesse anche amicizie ed anche lei ha storie “passionali” con ragazzi locali.
La sera del 20 novembre, una banda di 8 persone sconvolge Chakama. Alcuni di loro sono armati e fanno irruzione nel centro del villaggio sparando, e ferendo anche 4 persone, tra cui un bambino.
Altri due irrompono nella guest house di Africa Milele e rapiscono Silvia Romano.
Io ricevo la notizia la sera stessa da un collaboratore che vive a Langobaya, mezz’ora di distanza da Chakama, dove peraltro c’è l’unica stazione di polizia della zona.
Mi coordino come sempre con le autorità locali e con l’ambasciata, prima di dare la notizia, restando più sul vago possibile. Ma il giorno dopo, ovviamente, il sequestro è di dominio pubblico: in Italia, in Kenya, in tutto il mondo.
Da lì si dirà tutto e il contrario di tutto, arriveranno inviati, illustri e cialtroni, alla ricerca delle notizie o solo di scoop autosbrodolanti. I nostri servizi segreti lavoreranno come sempre al buio dei riflettori, ma di Silvia non si avranno più notizie certe, fino al febbraio 2019, quando testimoni attendibili la daranno per transitata in Somalia, dopo essere stata ceduta ai terroristi di al-Shabaab.
Da lì per mesi non se ne saprà più nulla, nonostante l’arresto di un basista e due probabili carcerieri keniani, che si sospetta siano legati all’organizzazione islamica somala.
Un anno dopo, nel mondo, calerà la scure della pandemia, che renderà tutto più difficile.
Anche l’epilogo è noto, Silvia Romano è stata liberata dopo più di un anno e mezzo, il 10 maggio 2020, grazie ad un’operazione congiunta tra l’intelligence italiana, quella turca e le autorità somale.
E’ stata sicuramente pagata una cifra per il riscatto, ma non sarà mai rivelato il “quantum”.
Come unico giornalista fisso sul campo, insieme al corrispondente della RAI, Enzo Nucci, sono stato più volte a Chakama e ho seguito il processo ai presunti rapitori. Processo che prosegue, con l’ultima udienza che si è svolta nella primavera di quest’anno, ma non sta approdando a molto, anche perché la figura chiave della connessione Kenya-Somalia, è latitante e chissà se è ancora vivo. Nel frattempo, la giustizia italiana, citando innumerevoli difficoltà, ha rinunciato alla rogatoria internazionale.
Silvia si è convertita all’Islam, chissà se per un fioretto o per convinzione, si è rifatta una vita anonima, probabilmente non è più tornata in Africa.
E come spesso accade, lo stesso continente africano, che fa crescere e maturare i frutti e, se nessuno li coglie, li sbatte a terra facendoli marcire al sole, prima che la stessa se li riprenda e faccia spuntare altre piantine, ha dimenticato quasi tutto.
Quello che non bisognerebbe dimenticare è che la solidarietà, come nessuna altra pratica, per quanto lodevole e spesso in buona fede, non è un gioco e deve essere svolta con cognizione di causa, senza leggerezza e ignoranza, affidandosi a chi ha più esperienza, anche a patto di sentirsi “osservati” e non poter agire secondo le proprie convinzioni.
Altrimenti, le caramelle che vengono elargite e fanno più bene a chi le distribuisce piuttosto che a quelli che le ricevono, rischiano di tornare al mittente cariche di veleno.
Che poi, magari, in tutta questa storia, è stata proprio Silvia la vittima, e non solo di un rapimento.
Come scrissi di getto in quei giorni in una mia poesia che oggi fa parte del libro “Ti immagini l’Africa” e che riporto qui.
Si intitola Room 7, come la stanza di Chakama dove Silvia Romano viveva e da dove fu prelevata.
(La foto è di Leni Frau)
#ROOM 7
(per Silvia)
L’Africa non chiude le porte
ha catene e lucchetti se vuoi dormire
la luce della luna se vuoi pensare
un lenzuolo di stelle se sai sognare.
L’Africa non chiude le porte
le colora di giallo, di rosa o di verde
le macchia di sesso o di sangue
e non ha acqua per cancellare
L’Africa ha il bagno in comune
con tutti i miasmi del cosmo
profumo di fiori e di grano bollito
uccelli e insetti di sottofondo
L’Africa è la casa di tutti
di chi la compra con l’inganno
di chi non le paga l’affitto
e chi dorme per terra nel fango
L’Africa non chiude le porte
quello è il mondo degli altri
di chi non ha più la speranza
di chi è morto dentro da anni
L’Africa non chiude le porte
apre il cuore, a chi ce l’ha.
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