I VICINI DI CASA
29-10-2025 di Freddie del Curatolo
In Tanzania si vota di nuovo. È mercoledì, le urne si aprono come fiori metallici, ma l’aria profuma più di paura che di democrazia. Le schede cadono nei contenitori trasparenti, e con loro un’illusione: quella che si possa scegliere liberamente, quando i candidati sono già stati scelti da altri.
La presidente Samia Suluhu Hassan, sessantacinque anni, ex vice del defunto John Magufuli – quello del pugno di ferro e del sorriso d’acciaio – è determinata a vincere, e a vincere bene. Non tanto contro l’opposizione, che ormai è quasi un ricordo da archivio, quanto contro i fantasmi interni al suo stesso partito, il vecchio Chama Cha Mapinduzi, il CCM che ha governato la Tanzania dalla notte dei tempi rivoluzionari.
Samia, la prima donna alla guida del Paese, era partita con un’aura di speranza. Una leader di Zanzibar, l’isola dei commerci e delle utopie, che all’inizio sembrava voler restituire respiro e dignità al dibattito politico. Aveva concesso spazio ai giornali, tolto qualche bavaglio, sorriso ai critici. Poi, lentamente, la luce si è spenta. O forse è stata spenta da chi, nei corridoi del potere, non ama le finestre aperte.
Zanzibar, dove la stampa internazionale ha potuto assistere all’apertura dei seggi, resta un’eccezione: un piccolo laboratorio di libertà in un Paese dove, sulla terraferma, i giornalisti stranieri non possono mettere piede. “Ordini dall’alto”, si dice. E in Africa, gli ordini dall’alto pesano come pietre.
Amnesty International parla di un’“ondata di terrore”: sparizioni, torture, uccisioni extragiudiziali. Human Rights Watch conferma: l’opposizione repressa, i media soffocati, la commissione elettorale tutt’altro che indipendente. Tundu Lissu, il principale sfidante di Hassan, è sotto processo per tradimento — parola antica, che in Africa suona ancora come condanna. Il suo partito, Chadema, escluso dalle urne. L’unico altro candidato “serio”, Luhaga Mpina dell’ACT-Wazalendo, squalificato per “motivi tecnici”.
Ma la paura non è solo tra gli oppositori. Anche dentro il CCM si trema. Humphrey Polepole, ex portavoce del partito e ambasciatore a Cuba, ha osato criticare la presidente. Poi è scomparso. A casa sua, dicono, hanno trovato macchie di sangue. La Tanganyika Law Society parla di 83 rapimenti da quando Samia è salita al potere. Venti solo nelle ultime settimane.
Gli analisti, a Dar es Salaam, sussurrano che Hassan non abbia mai davvero smantellato l’apparato di sicurezza lasciato da Magufuli. “Ha mantenuto i teppisti”, dicono. E il controllo capillare del dissenso è tornato a essere la “nuova normalità”.
Il Paese, intanto, cresce. Il 5,5% secondo la Banca Mondiale. Agricoltura, turismo, miniere: l’economia dà da mangiare a chi non vuole sapere troppo. In Africa la stabilità ha spesso il volto dell’omertà. Samia promette strade, ospedali, un’assicurazione sanitaria universale. E il popolo, che ha fame di tutto, le crede ancora.
Solo che le urne, in Tanzania, non contano quante croci vengono messe. Contano chi ha la forza di farle contare.
E così, tra un comizio e un arresto preventivo, la presidente sorride davanti ai microfoni e rassicura il Paese: “Non ci saranno minacce alla sicurezza”. Come dire: tranquilli, abbiamo già pensato a tutto. Anche alla democrazia.
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