LUTTO KENIANO
13-12-2025 di Freddie del Curatolo
È stato un anno di lutti pesanti per la letteratura keniana, questo.
Un anno in cui la cultura di questo Paese sembra aver perso intere costellazioni, come se qualcuno lassù avesse deciso di spegnere, una dopo l’altra, le luci migliori del firmamento narrativo: Ngugi wa Thiong’o, gigante tra i giganti; David Mulwa, che il teatro lo respirava come aria, e l’irriducibile Ruo Kimani Ruo, custode della parola swahili.
Ma poi c’è la perdita che, per quanto mi riguarda, fa più male delle altre.
Quella che non si limita a stringere il cuore: lo capovolge, lo prende per una spalla e gli chiede perché mai pensasse di essere pronto.
Parlo di Meja Mwangi, autore, giallista, indagatore, ironico neorealista cantore di questo Paese e della sua nuova pelle.
Settantasei anni, da tempo residente nella tranquilla Malindi, dove non hai bisogno di essere vecchio per fare il pensionato, ma non puoi non ritirarti mai completamente, come l'oceano indiano, confortato da quella brezza che ti consola e ti illude che certe cose siano infinite.
E invece no: se ne è andato un giorno prima del Jamhuri Day, come a voler ribadire, per l’ennesima volta, che lui era sempre un passo avanti. Persino nel momento dell’addio.
Meja era così: precedeva. Le traiettorie collettive, le mode, le smanie generazionali, gli inciampi sociali. Precedeva e raccontava. Raccontava e viveva. Viveva e restituiva alla pagina tutto l’urto e il sussurro di ciò che aveva visto.
Quando lessi Kill Me Quick la prima volta pensai che quella non fosse letteratura: era una sirena dei pompieri messa sopra un matatu e lanciata nel cuore della notte, una spinta improvvisa dai bassifondi che ti fa alzare gli occhi e ti ricorda che il Kenya non è un posto neutro, non lo è mai stato. Con Going Down River Road capii che il suo talento non era un fulmine isolato, ma un temporale intero. E poi gli altri: Carcase for Hounds sui Mau Mau, The Cockroach Dance, The Last Plague… ciascuno un varco, una fenditura nella pelle del paese.
Nuria Books, il suo ultimo editore, lo ha chiamato “rivoluzionario silenzioso”.
È vero. Lo era. Perché di rivoluzioni ce ne sono di rumorose, e poi ce ne sono altre che fanno meno chiasso ma scavano più a fondo, dove la dignità e la disperazione si stringono la mano e non si giudicano.
Io però voglio ricordare il Meja che rideva. Sì, lui: il narratore dei bassifondi che rideva con la saggezza dei sopravvissuti. La prima volta che ci sedemmo assieme a Malindi scelse una Balozi. “Troppi zuccheri, ormai, nella Tusker”, mi disse con lo stesso tono con cui avrebbe potuto criticare una riforma costituzionale. E pensare che sulla Tusker ci aveva pure scritto un libretto.
Abbiamo parlato di tutto: geopolitica, società, di come il Kenya fosse riuscito a diventare un adolescente cronico, sempre tra la tentazione di crescere e quella di restare nella tana. Ogni incontro era una lezione. Non tanto di letteratura, ma di umanità. Una scuola serale improvvisata, con il fruscio delle casuarina al posto della campanella.
A un certo punto, mentre scrivevo Nairobi, la città visibile, mi accorsi che non potevo evitare di portarlo dentro il libro. Non si può raccontare Nairobi senza far passare almeno un’ombra di Meja, una sua eco. Lo citai anche quando andai a ritirare il premio “Narrare il mondo”, al Salone del Libro di Torino del 2023. Non era una cortesia: era un debito.
E da lì in avanti, quanti giovani scrittori o aspiranti tali della Gen Z ho conosciuto a Nairobi che lo considerano un Maestro, se non un idolo!
La sua storia, poi, sembra già un romanzo: nato nel dicembre del ’48 a Nanyuki, scolpito dalla durezza delle strade e dalla vastità dell’altopiano; formato tra Nanyuki Secondary, Kenyatta College, un passaggio a Leeds, un altro in Iowa; passato per la radio francese, il British Council, i set cinematografici in cui imparò a sintetizzare tutto in una sola immagine perfetta.
E tutto questo viaggiava dentro di lui come un fiume carsico: riemergeva nei suoi libri, nei suoi dialoghi, nei suoi silenzi.
Negli Stati Uniti trovò una seconda patria, ma non smise mai davvero di essere keniota fino al midollo. Lo si capiva da come guardava le cose: di traverso, con ironia, con quella specie di struggimento che viene a chi ha amato troppo un luogo per poterne fuggire davvero.
Mi mancheranno le sue email brevi, asciutte, di una gentilezza quasi disarmante. Mi mancherà sapere che da qualche parte, a Malindi, stava lavorando a un nuovo capitolo e avrebbe voluto farmelo leggere prima degli altri. Mi mancherà sentirlo riflettere sulle contraddizioni del Kenya come se stesse correggendo le bozze di un romanzo ancora in stesura.
E farò il possibile per realizzare la promessa fatta: tradurre le tue opere in italiano. Perché, come ci dicevamo, anche se ti leggono in venti, c’è possibilità che poi almeno uno di quei lettori te lo ritrovi di fronte a chiacchierare con una birra in mano.
La verità è che la vita ci ha messo tanto a ucciderlo.
E per fortuna: perché in quel “tanto” ci sono stati libri, risate, strade sterrate, birre condivise, e quel suo modo di stare al mondo che somigliava a una frase ben scritta. Una di quelle che non si dimenticano.
Grazie, Meja.
Non per ciò che hai fatto — che pure è enorme — ma per come hai vissuto.
E per come ci hai insegnato a leggere il Kenya: non come un enigma, ma come una ferita luminosa che vale sempre la pena guardare.
Riposa dove vuoi, vecchio amico.
Tanto noi, ogni volta che apriremo un tuo libro, sapremo dove trovarti.
(Alla compagna Carola e ai parenti le più sentite condoglianze mie e di Leni)
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