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Dall'aragosta alla tilapia per non morir di fame

Acquacoltura in Kenya, anche l'Italia dà una mano

23-09-2025 di Freddie del Curatolo

Sarà il pesce d'acqua dolce a salvare i keniani dalla fame?
E’ questione di tempo e di abitudine, ma sembra proprio che la Tilapia del Nilo, scesa sotto l’Equatore, possa prendere il sopravvento sul polpo, la seppia, e sulla cernia che occhieggia dietro la barriera corallina. La costa del Kenya, da sempre conosciuta per i suoi crostacei, polpi e calamari, oltre che per i pesci oceanici di profondità, sono sempre più in viaggio verso i freezer di Shanghai, stipati nelle stive delle flotte asiatiche o nelle reti delle grandi compagnie che, qui sulla costa, si presentano come “ospiti paganti”, ma sempre troppo poco e a troppo pochi.

Ai pescatori locali non resta che cercare a riva il proprio sostentamento: oltre ai prodotti ittici marini che si sprecano, che sono il 30% del totale, per impossibilità di conservazione soprattutto, spesso i costi della pesca sono insostenibili per essere concorrenziali, tra barche a motore, reti di qualità e manutenzione. Diverso il discorso dell'acquacoltura, che sta sempre più prendendo piede sulla costa del Kenya, e che recentemente anche la cooperazione italiana ha foraggiato, nell'ambito dei progetti di Blue Economy sostenuti dal Piano Mattei per l'Africa.

Sì, la rivoluzione – parola grossa, ma se si parla di pancia piena, tant’è – potrebbe arrivare dall’acqua dolce. Piscine improvvisate nella terra rossa di Kwale, trasformate in stagni pieni di avannotti: tilapia del Nilo e pesce gatto, che non avranno la nobiltà gastronomica dell’aragosta, ma almeno garantiscono cena e colazione. In più  l’alto contenuto proteico della Tilapia, vitamine del gruppo B, fosforo, potassio e selenio, può aiutare, anche se il suo valore nutrizionale è influenzato dalla dieta. I metodi di allevamento e il tipo di mangime possono influire sulla qualità del pesce e sull'ambiente.

Sono numerosi, nella contea di Kwale, i contadini con più calli che illusioni, che ora guardano i loro stagni come si guarda un libretto di risparmio. «Questo progetto ci dà speranza», dicono in molti, e per una volta non sembra la solita frase da intervista concordata.
Ai residenti di Msambweni, Matuga, Lunga Lunga e Kinango, sono arrivati non solo avannotti, ma anche barche in vetroresina, celle frigorifere e attrezzature di sicurezza. Regali che non piovono dal cielo, ma dalla Banca Mondiale, travestita da fata madrina sotto l’acronimo KEMFSED. Regali che si aggiungono alle iniziative dell’Unione Europea, di cui l’Italia è uno degli attori principali.

In un’intervista concessa a Radio Capital, uno dei beneficiari del progetto spiega: “L’acquacoltura è il modo più sicuro per l’autosufficienza alimentare”. Tradotto: meno promesse politiche, più pesce gatto.

Il governatore della contea Fatuma Achani, che di promesse vive, ci mette sopra il marchio istituzionale: «L’allevamento ittico non è solo un’alternativa, è un pilastro». E quando un politico parla di pilastri, di solito ci si aspetta un’inaugurazione con tanto di forbici e nastri. Fiocco rosa sulla dolce Tilapia, e azzurro su quel furbetto del pesce gatto.

Intanto, 60 stagni e 70.000 avannotti sono già lì a guizzare. Forse non basteranno a saziare il Paese, ma intanto salvano la dignità di qualche famiglia. E a volte, in Africa come altrove, la dignità vale più del pane. O del polpo.

TAGS: pescatoretilapiaKwaleacquacolturablue economyMattei

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