KENYA NEWS
10-01-2026 di Freddie del Curatolo
Da oggi – o meglio, da questo gennaio – i medici stranieri non sono più i benvenuti. O quasi. Il Kenya ha deciso di chiudere la porta. Non sbatterla, per carità, ma chiuderla con calma, ai non keniani che esercitano professioni per cui anche laureati e specializzandi in casa potrebbero essere idonei. Magari con meno esperienza, o avendo studiato in università meno nobili, ma keniani.
A dirlo senza troppi giri di parole è stato il ministro della Salute, Aden Duale, annunciando una svolta che sa di autarchia sanitaria e di patriottismo applicato allo stetoscopio. Le licenze per i medici stranieri non verranno più rinnovate: già oltre duecento sono state respinte, e il numero è destinato a crescere, si calcola infatti che, compresi indiani ed altre nazionalità, possano essere in migliaia. Fanno eccezione solo due categorie: gli specialisti con competenze che in Kenya non esistono ancora e i medici provenienti dalla East African Community. Tutti gli altri, dentisti compresi, possono accomodarsi verso l’uscita.
Il principio, secondo Duale, è semplice come una diagnosi fatta a colpo d’occhio: perché far curare i keniani da stranieri quando migliaia di giovani medici locali, formati a spese dei contribuenti, restano a casa ad aspettare una chiamata che non arriva mai? Università, tirocini pagati, specializzazioni, miliardi di scellini investiti dallo Stato. E poi il nulla. Figli e figlie che hanno studiato anni, genitori che bussano agli uffici del ministro raccontando sempre la stessa storia: laureati, abilitati, disoccupati.
C’è anche un altro non detto che Duale ha deciso di dire ad alta voce. Negli anni, il Kenya sarebbe diventato una specie di terra di nessuno per medici respinti o sanzionati altrove. Gente che, chiusa una porta in patria, ne apriva una qui senza troppe domande. Cliniche improvvisate, controlli blandi, un mercato fin troppo accogliente. “Qualcuno arrivava e apriva uno studio come se nulla fosse”, ha detto il ministro. E adesso basta.
Nel mirino finiscono soprattutto gli ospedali privati, accusati di assumere stranieri in blocco mentre i medici keniani restano a guardare. Duale racconta di una visita in una struttura privata dove quasi tutti i dottori erano egiziani. Il messaggio è stato diretto, senza anestesia: assumete keniani. Non è un consiglio, è una linea.
E qui arriva il paragone che fa sorridere e inquieta allo stesso tempo. “Trump diceva America First. Io dico Kenya First”, ha dichiarato Duale, evocando Donald Trump come se la sanità fosse una frontiera da difendere. Un’idea che piacerà a qualcuno e farà storcere il naso ad altri, soprattutto tra i professionisti europei – italiani compresi – che lavorano da anni in strutture private e ora si trovano improvvisamente fuori gioco.
Il governo assicura che i dati parlano chiaro: il Kenya non soffre di carenza generalizzata di medici, ma di una cattiva distribuzione e di un sistema che non assorbe chi forma. Le strutture missionarie e religiose, soprattutto nelle aree remote, avranno qualche margine in più per assumere specialisti stranieri, giusto per non spegnere reparti essenziali. Ma per il resto la linea è tracciata.
Il tutto, garantisce Duale, è in linea con le promesse del presidente William Ruto: più lavoro per i professionisti locali, più spazio ai giovani, meno scorciatoie. Non è una scelta popolare, ammette il ministro. Ma non è nemmeno una scelta opzionale.
Resta da capire se questa chiusura produrrà davvero più occupazione, più qualità e più fiducia, o se rischierà di trasformarsi in un’altra promessa benintenzionata che si perde nei corridoi degli ospedali. Per ora il Kenya ha detto “prima noi”. Con la convinzione di chi pensa che curare il proprio futuro, prima ancora dei pazienti, sia ormai una necessità. Anche se fa male.
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