KENYA NEWS
15-05-2026 di Freddie del Curatolo
Il carburante è arrivato. Le petroliere hanno attraccato, i cargo hanno scaricato, il governo ha rassicurato, il ministro dell’Energia ha sorriso davanti alle telecamere dicendo che “il Kenya ha abbastanza scorte”. E infatti la benzina c’è. Solo che ora un litro costa quasi quanto un cocktail in un resort di Watamu. Così, mentre il Paese tira un sospiro di sollievo per aver evitato la paralisi totale, arriva la seconda stangata: il pieno diventa un lusso da classe media in via d’estinzione e il settore dei trasporti, specialmente quello potente e diffuso dei matatu, annuncia proteste e scioperi.
Come abbiamo scritto due giorni fa, le petroliere hanno scaricato a Mombasa, i depositi hanno ripreso a riempirsi e il governo kenyano può finalmente dire di aver evitato il peggio. Dopo settimane di paura, speculazioni, distributori chiusi e mezze rivolte urbane da pompa di benzina, il Kenya non rischia più di rimanere a secco. Ma il conto da pagare è diventato semplicemente mostruoso.
Da mezzanotte infatti sono entrati in vigore i nuovi prezzi annunciati dall’EPRA, l’autorità di regolazione energetica, e per milioni di kenyani è stato uno schiaffo peggiore della scarsità stessa. A Nairobi la benzina super arriva a 214,25 scellini al litro, mentre il diesel vola addirittura a 242,92. A Mombasa si sfiorano comunque cifre da economia di guerra, con benzina a 211,09 e diesel a 239,64 scellini.
Il dato più impressionante è proprio il diesel, aumentato di oltre 46 scellini in un solo colpo. Una cifra che in Europa sembrerebbe quasi una svista tipografica, ma che in Kenya significa immediatamente trasporti più cari, alimenti più costosi, matatu in aumento, pesca più difficile, safari più costosi e inflazione destinata a propagarsi ovunque come il fumo nero di un camion sulla Mombasa Road.
E infatti i matatu hanno già annunciato rincari fino al 50%, minacciando scioperi nazionali. Perché in Kenya il diesel non è solo carburante: è la colonna vertebrale del Paese. Muove autobus, camion, generatori, barche, agricoltura, cantieri e perfino molti alberghi della costa che ancora convivono con blackout e reti elettriche incerte.
Il governo prova a raccontare che sarebbe potuta andare peggio. Il ministro dell’Energia Opiyo Wandayi continua a rassicurare la popolazione sostenendo che il Kenya abbia scorte sufficienti e che Nairobi stia lavorando con i grandi fornitori del Golfo per garantire continuità negli approvvigionamenti.
E in effetti, guardando la geopolitica mondiale, non ha tutti i torti. La crisi mediorientale, la tensione attorno all’Iran, i rischi sullo Stretto di Hormuz e la volatilità internazionale hanno colpito soprattutto i Paesi africani importatori netti di petrolio. Il Kenya, che dipende quasi totalmente dall’estero per il carburante, si ritrova ostaggio contemporaneamente del dollaro forte, dello scellino debole e dei prezzi internazionali impazziti. Reuters parla apertamente di rincari dovuti al conflitto in Medio Oriente e alla pressione globale sulle forniture energetiche.
Poi c’è il grande elefante nel salotto, che a Nairobi tutti fingono di non vedere troppo: lo scandalo della filiera petrolifera keniana. Le inchieste sulle importazioni fuori dal sistema “government to government”, le accuse di cartelli, gli arresti eccellenti e le dimissioni ai vertici energetici hanno lasciato la sensazione che dentro la crisi ci sia stata anche una gigantesca guerra di interessi.
Il risultato è quello che il cittadino vede oggi al distributore. Il governo annuncia sussidi miliardari attraverso il Petroleum Development Levy per contenere diesel e kerosene, ma il keniano medio guarda il display della pompa come si guarda un elettrocardiogramma impazzito.
E così, mentre le petroliere finalmente attraccano e il Paese evita la paralisi, resta quella sensazione molto africana e molto kenyana per cui le emergenze non finiscono mai davvero: semplicemente cambiano forma. Prima era la paura di non trovare carburante. Adesso è quella di trovarlo.
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