DENTRO IL KENYA
07-01-2026 di Freddie del Curatolo
In Kenya la medicina non è mai stata solo una questione di camici bianchi, pillole e referti.
Quella, poi, è sempre stata una "questione privata"
La salute pubblica, vicina alla gente, è una storia raccontata sottovoce, una radice pestata nel mortaio, una preghiera detta piano per non disturbare gli spiriti, una fiducia affidata a qualcuno che “sa”.
Sa dove cresce quella foglia, sa come si parla al dolore, sa come si tiene in vita la speranza quando l’ospedale è lontano, chiuso, o semplicemente troppo caro.
Lo sanno bene i Mijikenda, che nei loro kaya non hanno mai separato davvero il corpo dallo spirito. La malattia non è solo un guasto meccanico: è uno squilibrio, una frattura invisibile tra l’uomo, la comunità e ciò che lo circonda. E dentro quell’universo di conoscenze antiche, tramandate a memoria più che su carta, ci sono intrugli che funzionano davvero. Decotti che calmano febbri, cortecce che aiutano ferite, radici che tengono a bada infezioni leggere prima che diventino mostri. Non lo dice il folklore: lo dicono studi, osservazioni, persino laboratori che, con secoli di ritardo, hanno scoperto che i nonni africani non erano poi così sprovveduti.
Il paradosso nasce oggi, nel Kenya moderno che corre veloce senza avere fiato. Perché mentre Nairobi alza grattacieli, nelle campagne e nelle periferie la sanità pubblica resta spesso un miraggio. Ambulatori senza medicine, ospedali dove si paga anche l’aria, medici che mancano come l’acqua nella stagione secca. E allora la medicina tradizionale non è una scelta romantica: è l’unica rimasta. È la porta sempre aperta quando tutte le altre sono chiuse.
Poi però arriva la fede armata di microfoni, luci e slogan. E lì qualcosa si spezza.
La cronaca di questi giorni lo racconta senza poesia. A Nakuru, durante una crociata di “guarigione profetica”, un medico abilitato ha dichiarato di aver guarito persone affette da HIV/AIDS, ciechi e storpi. Parole pesanti come pietre. Parole che non restano sospese nell’aria, ma finiscono dritte nelle vene di chi è disperato. Il governo, per bocca del ministro della Salute Aden Duale, ha annunciato tolleranza zero: indagini, sospensioni, revoca delle licenze. Il Kenya Medical Practitioners and Dentists Council è stato incaricato di verificare ogni affermazione, ogni cartella, ogni presunto miracolo.
È una linea dura, e per certi versi inevitabile. Perché l’HIV non è un mal di pancia che passa con una tisana. È una condanna cronica che richiede cure continue, terapie, controlli. Dire a qualcuno che è guarito senza prove scientifiche significa spingerlo, magari, a smettere i farmaci.
E lì non è più fede: è roulette russa.
Il governo lo dice chiaramente anche da Eldoret: la spiritualità è rispettata, ma la vita delle persone no, quella non si gioca. E lo spettro di Shakahola, con le sue fosse comuni e la follia elevata a dottrina, aleggia ancora come un monito che il Kenya non può permettersi di ignorare.
Eppure, fermarsi alla repressione rischia di essere troppo facile. Perché il problema non sono solo i profeti improvvisati o i medici che dimenticano il giuramento per un pulpito affollato. Il problema è il vuoto. Quel vuoto enorme lasciato da uno Stato che non riesce a garantire cure dignitose ai più poveri. In quel vuoto crescono le sette, i guaritori miracolosi, i predicatori che promettono salvezza immediata. Non perché la gente sia stupida, ma perché è sola.
Qui la medicina tradizionale viene spesso buttata tutta nello stesso sacco: stregoneria, superstizione, inganno. Ed è un errore comodo. Perché significa non distinguere tra chi conosce davvero le piante e chi vende illusioni, tra chi cura piccole patologie con competenza empirica e chi si arroga il diritto di “guarire” malattie letali senza prove. Significa ignorare che in molte comunità rurali l’erbalista è anche il primo filtro sanitario, colui che indirizza verso l’ospedale quando capisce che non basta più una radice.
Criminalizzare tutto è semplice. Capire è più faticoso.
La verità, scomoda, è che la medicina tradizionale e quella moderna in Kenya convivono da sempre, spesso senza parlarsi. Una viene tollerata finché non fa troppo rumore, l’altra viene invocata come unica verità anche quando non arriva. In mezzo restano i poveri, costretti a scegliere non la cura migliore, ma quella possibile.
Forse la domanda giusta non è se reprimere o no, ma come integrare senza tradire. Studiare seriamente ciò che funziona, regolamentare senza umiliare, educare senza distruggere. E soprattutto ricostruire una sanità pubblica che non costringa la gente a cercare miracoli perché non può permettersi una visita.
Il Kenya non ha bisogno di profeti che promettono guarigioni istantanee, né di cacciatori di streghe in camice. Ha bisogno di rispetto per la propria storia e di responsabilità per il proprio futuro. Perché tra una foglia che cura davvero e una bugia che uccide, la differenza non la fa la fede. La fa la coscienza.
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