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Saio: "Perché il virus in Kenya non è stato devastante"

Il punto della situazione Covid-19 dall'esperto medico italiano

23-01-2021 di Freddie del Curatolo

“I fatti sono sotto gli occhi di tutti, non solo di noi medici in prima linea in Kenya: dopo quasi un anno dall’inizio della pandemia l’Africa Subsahariana e quindi anche il Kenya ha avuto un impatto del virus Covid-19 sicuramente minore rispetto a quanto prospettato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità ed anche oltre le più rosee aspettative di chiunque altro”.
Le parole arrivano dal medico italiano in Kenya più addentro l’emergenza Coronavirus, il luminare delle malattie infettive e tropicali del Nairobi Hospital, Mauro Saio.
Quarant’anni di Kenya, antesignano delle moderne cure per la malaria in Est Africa, Saio ha avuto a che fare, oltre che con le malattie ancestrali del Continente, anche con il virus Ebola e con la prima Sars e ora è impegnato nel monitorare, capire e cercare di mitigare gli effetti del Covid-19.
Lo specialista torinese spiega a Malindikenya.net come mai il virus, pur avendo attecchito, ha creato meno problemi del previsto alla popolazione keniana.
“Ci sono una serie di concause – ammette Saio – la più evidente ed ormai assodata da diverse ricerche in tutto il mondo è quella data dal clima: il Covid-19 perde buona parte del suo potenziale infettivo e della sua forza con le temperature calde e umide. Lo si è visto anche in Italia, dove nell’estate scorsa si credeva di aver assistito all’appiattimento della curva e invece con l’arrivo dell’autunno e delle temperature fredde, complici le riaperture un po’ affrettate, i casi sono risaliti. Ma non è il solo motivo: recenti studi hanno evidenziato anche come il Coronavirus si trasmette nella sua massima espressione quasi esclusivamente per via aerea. E’ stato provato che la sua presenza sulle superfici, ad esempio, gli fa perdere forza e che è più nefasto negli ambienti chiusi.
La vita all’equatore si sviluppa quasi totalmente all’aperto, pensiamo alle aree rurali che costituiscono più dell’ottanta per cento del territorio keniano. Ma anche nei centri urbani, è difficile che le persone si ritrovino in ambienti chiusi a lungo. Se aggiungiamo questi elementi all’età media di un popolo molto meno longevo di quello occidentale e alla minore presenza di patologie collegate ai casi gravi e ai decessi causati dal Covid-19, si può capire come mai in Kenya possiamo essere sollevati da come è andata fino ad ora, pur non potendo fare previsioni per il futuro, dato che il virus ha dato già prova di essere mutevole e perché anche la categoria di cui faccio parte sa ancora pochissimo in materia”.
Secondo il medico italiano i vaccini, quando arriveranno in Africa, potranno dare un ulteriore colpo al Covid-19 che qui non ha preso piede come i terribili vaticini dell’OMS (“sarà un’ecatombe”, ipse dixit) facevano presagire.
“Intanto il Kenya ha sperimentato una naturale immunità di gregge e questo ha già sicuramente immunizzato molta popolazione, specie quella dei quartieri poveri come gli slum di Nairobi, dei villaggi dove si conduce una vita di comunità – è il pensiero di Saio – in minima parte si è ripetuto quel che è accaduto in India, dove c’è un’alta densità di popolazione nelle aree povere e mal strutturate per curare la gente. Nei primi mesi il picco dei casi, poi piano piano numeri a scemare perché i cittadini, in gran parte asintomatici, si contagiavano e guarivano da soli. Per il Kenya, Paese dalle grandi differenze sociali, il vaccino in arrivo potrà davvero cambiare tutto in positivo, mettendo in sicurezza gli operatori sanitari e aumentando il numero già alto degli immuni. Sarebbe nel contempo interessante poter svolgere test anticorpali sui keniani. Potrebbero dare risultati sorprendenti”.
Ultimamente si è parlato anche di differenze nel DNA degli africani, rispetto agli occidentali, che andrebbe a ritroso nella preistoria, fino all’uomo di Neanderthal, progenitore dei “mzungu” che avrebbe avuto già i recettori della proteina spike del Coronavirus, a differenza del lontano parente del popolo africano.
“Si tratta di studi non confermati anche se a conoscenza dell’OMS – rivela il medico di Nairobi su cui migliaia di italiani fanno affidamento da anni – così come procedono gli studi sui farmaci migliori per prevenire le forme gravi del virus e per curarlo nei primissimi giorni. Ma l’unica certezza con il Covid-19 è che non c’è ancora nulla di sicuro. Cosa che se non spaventa particolarmente l’Africa, per il mondo intero continua a rappresentare una minaccia”.
Cosa ha imparato il Kenya da questa improvvisa destabilizzante situazione?
“Soprattutto ha imparato l’importanza dell’igiene, a tutti i livelli della popolazione – conclude Dottor Saio – ora anche i bambini si lavano spesso le mani e sono contenti di farlo e nelle famiglie anche povere tenersi puliti diventa un’abitudine quotidiana. Dovrebbe esserlo anche portare le mascherine, che alla fine qui è l’altro strumento efficace di prevenzione”.  
 

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