RIFLESSIONI BAGNATE
22-04-2026 di Freddie del Curatolo
Quella che da noi tanti anni fa e in Kenya fino all’altro ieri era una saggezza meteorologica che non si studiava nei libri di scuola né in quelli contabili, ma si respirava nell’aria quando il cielo si abbassa e l’orizzonte diventa color stagno, non è neanche più una consuetudine in orario.
No, non chiamiamola più “stagione delle piogge”, perché le si darebbe troppa importanza, come fosse qualcosa di ricorrente, di inevitabile, di fisiologico o come “la stagione dell’amore che viene e va di Battiato e all’improvviso la vivrai e ti sorprenderà.
No, la stagione delle piogge, derubricata e declassata, non sorprende più nessuno, perché è sempre più l’uomo al centro delle cose, e sempre meno la natura. Piove e bisogna fermare la costruzione dei palazzi, piove e si deve andare più lenti in automobile, piove e qualcuno rompe i coglioni. Perfino fare la guerra diventa più difficile, se piove forte.
Anche in Kenya, ormai, si inizia a dimenticare quando una volta la stagione delle piogge, era quel momento in cui il tempo smetteva di zampettare e si metteva seduto. Da noi si diceva: piove, piove, la gatta non si muove e i nostri figli imparavano a stonare come un loro menestrello che cantava “piove, senti come piove, Madonna come piove, senti come viene giù”.
E quando arrivavano le grandi piogge, non si muoveva più nessuno: né il traffico, né la burocrazia, né certi progetti annunciati con fanfare dai politici in campagna elettorale e lasciati a seccare come camicie al sole.
Eppure, ogni tanto, sembra che l’acqua possa arrivare dal cielo con l’imprecisa precisione di un tempo, quando arrivava sul serio e metteva tutti a tacere. L’unica cosa che conta, al limite, è contare i giorni. Come scriveva García Márquez, “pioveva da quattro anni, undici mesi e due giorni”, e in certi pomeriggi di aprile, tra Nairobi e Kisumu, Machakos e Kilifi, si ha l’impressione che il buon Gabo abbia avuto una casa anche da queste parti.
A me piace ancora vedere una pioggia che monda dall’immondo, che ferma la trottola impazzita, che si fa stagione dove altrove non ci sono più stagioni, era tutta campagna e si stava meglio quando si stava peggio.
A Nairobi, la pioggia trasforma le strade in una discussione filosofica tra pozzanghera e asfalto. Le rotatorie diventano installazioni contemporanee, i tergicristalli lavorano più di certi ministeri, e il traffico assume quella compostezza tragica che si addice alle grandi capitali africane. I grattacieli di Upper Hill osservano tutto con l’aria di chi sapeva già come sarebbe andata. Nei quartieri popolari, invece, si continua a vendere mais arrostito sotto teloni improbabili: perché il business, come il jazz, improvvisa.
Sotto il Monte Kenya, la pioggia ha un’altra educazione. Cade tra i campi e le foreste con passo antico, come se conoscesse per nome ogni albero. Le nuvole si aggrappano ai versanti e sembrano voler salire fino alla vetta. Là si capisce cosa intendesse Leopardi quando parlava dell’“infinito silenzio”: solo che qui, al posto del colle, c’è una montagna che pare scolpita per ricordarci che la natura non firma autografi. Chissà cos’avrebbe scritto Giacomino con il Batian alle sue spalle ricurve, dalla stanzetta di Recanati.
Sul Lago Turkana, dove la terra sembra ancora in bozza, la pioggia è un evento quasi teatrale, nel paesaggio marziano. Tipo un musical su David Bowie. Il vento smette di fare il gradasso e si mette a ballare con grazia sulle note di “singin’ in the rain” suonata dalle gocce che picchiano i tasti del lago, la polvere si ritira senza bisogno di annunciare una vittoria o una sconfitta, e per qualche ora il deserto concede tregua. Tanto sa che prima o poi tornerà ad essere se stesso: severo, bellissimo, indisponibile. Come certi personaggi di Hemingway o di Ngugi Wa Thiongo.
Ma c’è lago e lago, c’è acqua e acqua anche all’Equatore: sul Vittoria la pioggia ha modi da opera lirica: entra in scena con nuvole nere, tuoni da timpani suonati dal vento (altro che i mille violini di Modugno) e applausi d’acqua sui tetti di lamiera. I pescatori la guardano come si guarda una parente complicata: necessaria, imprevedibile, mai del tutto simpatica.
Nello Tsavo, quando arriva Giove Pluvio, perfino gli elefanti sembrano pensierosi e chiedersi se sia lo stesso tipo dell’anno prima. La savana beve in silenzio come un ubriaco all’ultimo stadio, gli arbusti rinverdiscono con la rapidità di un miracolo amministrativo (rarissimo, dunque prendiamo tutto al volo), e i fiumi secchi si ricordano improvvisamente del loro mestiere. La savana s’illude di poter tornare a breve ad essere jungla. Kipling avrebbe aggiunto una tigre, qui a governare bastano i leoni.
A Mombasa, la pioggia non è dannunziana, non cade sulle tamerici salmastre ed arse, ma sul porto corrotto e scarso, sulle moschee urlanti e sacre, sulle barriere coralline, e tutto odora di tutto quel che si ricorda, sale spezie cherosene frutta marcia polenta bollita, ma tutto più umido e muffoso. Le strade si allagano con una certa nonchalance, perché quando hai così tanti buchi, sai che da qualche parte ti svuoterai. Nei vicoli della Old Town non c’è più nessuno in strada, e finalmente si capisce questa città che ha più storia di tutte quante le altre del Paese messe insieme.
A Lamu la pioggia è una poesia araba, un canto di Mahmud Darwish che conferma che sull’isola indietro nel tempo “sulla nostra terra c’è ciò che merita la vita”. Anche perché finalmente si fermano le maledette motorette che da qualche anno i distruttori delle stagioni hanno introdotto, cambiando un mood millenario. Le gocce cadono sui tetti bassi e irregolari, sulle porte intagliate, sugli asini che la sopportano con dignità, sui loro escrementi che si sciolgono in prosa. Il suono ripetitivo della pioggia sulla pietra viva di Lamu è un metronomo con i tempi morti di Stockhausen. E infatti i ritmi ossessivi, ma anche lo swing, a Lamu, sono considerati una forma minore di maleducazione.
Nel deserto di Wajir, la pioggia è notizia, festa, statistica e preghiera. Quando arriva, la gente imita il paesaggio che cambia espressione. I bambini finalmente capiscono che non sono fatti di sabbia, perché non si sciolgono. Le capanne invece non lo sanno ancora, ma è il loro destino se si vuole avere un po' d'erba da quelle parti e un campo pronto per la semina. Anche i muezzin, nel loro intimo, sanno il perché certi popoli ringrazino il cielo senza bisogno di troppe teologie.
Sull’isola di Wasini, infine, la pioggia è musica leggera cantata dai delfini, un po’ come “Onda su onda” di Paolo Conte, reinterpretata da Malika Ayane. La suona un’orchestra di mangrovie, di dhow ancorati, di tavoli dove qualcuno aspetta che passi bevendo tè troppo dolce, giocando a bao senza soldi e impegnandosi in conversazioni infinite come le dormite dei gatti. Nessuno sembra contrariato. Chi da sempre vive nell’isola ha capito da tempo che opporsi al clima è una perdita di stile.
E così, mentre il mondo discute, corre, si ammazza e produce opinioni in eccesso, il Kenya da qualche parte entra nella sua parentesi d’acqua, anche se nessuno vuole più chiamarla stagione.
Il vecchio pianeta prova ancora a rallentare le cose, a cambiare i colori, a far respirare la natura.
E l’uomo si incazza, si annoia, si rifiuta di collaborare.
Quanto a me, devo confessare che non amo la pioggia, ma la rispetto e mi piace quando arriva in orario e se ne va quando ha fatto il suo. Un po’ come gli amici. Così mi piace arrendermi con eleganza: osservare il cielo incredibilmente diverso da quello mitico africano, evitare una pozzanghera guardandola cercando un riferimento geografico, e cercare un riparo dove bere qualcosa mentre passa il temporale. In fondo, la civiltà è nata così, da queste parti.
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