L'INCHIESTA
08-11-2025 di Freddie del Curatolo
Tredici anni.
È il tempo che ci ha messo la giustizia keniana per bussare alla porta sbagliata di Londra.
Il tempo in cui un bambino è diventato un adolescente senza madre, e un Paese intero ha continuato a chiedersi se la pelle nera valga meno anche davanti ai tribunali.
Tredici anni.
Tanto è servito perché un sospetto venisse formalmente arrestato e portato davanti a un giudice, in una vicenda che da tempo pesa come un macigno sui rapporti tra Kenya e Regno Unito.
Ora, dopo un silenzio lungo quanto una missione coloniale, Robert James Purkiss, 38 anni, ex soldato dell’esercito britannico, è comparso davanti alla Westminster Magistrates’ Court, accusato dell’omicidio di Agnes Wanjiru, una giovane mamma di ventun anni trovata morta nel 2012 a Nanyuki, nei pressi del campo d’addestramento dell’esercito britannico.
Agnes era sparita una notte di ottobre. L’hanno cercata per settimane, fino a quando qualcuno non ha sentito l’odore. Il suo corpo era lì, nel fondo di una fossa settica del Lion’s Court Hotel, dove era stata vista per l’ultima volta con un gruppo di soldati in libera uscita.
Secondo un magistrato keniota, Agnes era stata picchiata, pugnalata e — dettaglio che non si cancella facilmente — probabilmente era ancora viva quando è stata gettata giù.
Da allora, un'infinita serie di promesse, indagini, richieste di cooperazione, mani lavate e mani giunte.
Con l’intermezzo della speranzosa visita di Re Carlo.
Nel 2019, un’inchiesta locale aveva già concluso che l’omicidio era opera di militari britannici.
Poi erano arrivate le solite nuvole di burocrazia sotto il Monte Kenya e i “rapporti bilaterali di cooperazione militare”, un elegante modo per dire che certi crimini si gestiscono tra ministeri, non tra chi sogna sia fatta giustizia.
Solo a settembre 2025 Nairobi ha ottenuto un mandato di arresto internazionale. E ora Londra sembra finalmente accorgersi che non si trattava solo di un incidente di caserma finito male, ma di un omicidio rimasto senza giustizia.
Il sospettato resterà in custodia cautelare fino alla prossima udienza, fissata per il 14 novembre. Nel frattempo, la famiglia di Wanjiru, i gruppi per i diritti umani e buona parte dell’opinione pubblica keniota continuano a chiedere ciò che dodici anni di diplomazia non sono riusciti a dare: la verità.
Dal canto suo, il Ministero della Difesa britannico mantiene la linea della prudenza: “Sarebbe inappropriato commentare mentre il procedimento è in corso”.
Come dire: la giustizia ha i suoi tempi, soprattutto quando deve attraversare mezzo mondo e qualche protocollo militare.
Tredici anni per arrivare alle accuse, al processo e a rendere pubblico il nome. e ora vedremo quanti per la sentenza, e soprattutto quale pena.
Intanto, a Nanyuki, qualcuno ogni tanto passa davanti al Lion’s Court Hotel e ricorda il volto di quella ragazza, ventun anni e un figlio di quattro mesi che tra poco andrà alle scuole superiori e sa del crimine. La nipote di Agnes si è presentata addirittura in parlamento, a Londra, per chiedere giustizia.
Perché il tempo, in Kenya, può anche essere lento — ma non cancella.
Il British Army Training Unit Kenya (BATUK) è presente a Nanyuki dagli anni Sessanta. Ogni anno migliaia di soldati britannici si addestrano tra le colline della contea di Laikipia, condividendo il territorio con pastori, commercianti e, non di rado, con i tribunali locali.
Nel tempo, la convivenza non è sempre stata pacifica. Danni ambientali, incidenti stradali, violenze e accuse mai risolte hanno spesso incrinato l’immagine di una cooperazione “strategica”.
Il caso di Agnes Wanjiru è solo il più noto, ma non l’unico a sollevare interrogativi su ciò che succede nelle notti attorno a Nanyuki, dove il confine tra addestramento e abuso sembra più sottile del filo spinato che circonda il campo.
E così, tredici anni dopo, la storia di Agnes torna a galla — come una verità che rifiuta di marcire in una fossa settica.
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