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Massacro di Shakahola, chiuso il secondo processo

La setta del digiuno di Mackenzie ha più di 400 morti sulla coscienza

12-01-2026 di Freddie del Curatolo

Nella foresta di Shakahola il silenzio non è mai stato davvero silenzio. È stato fame, attesa, obbedienza.
È stato il rumore lento dei corpi che cedono, uno dopo l’altro, convinti che smettere di mangiare fosse un atto di fede e non una condanna.
Anziani, intere famiglie, bambini, convinti da un autoproclamato predicatore illuminato che aveva fatto discepoli su youtube, preconizzando la fine del mondo ed assicurando ai credenti che l'unica maniera di salvare la vita eterna era quella di presentarsi al cospetto di Gesù "puri e puliti".

La procura della Repubblica del Kenya ha ora formalmente chiuso uno dei filoni principali del caso contro Paul Mackenzie Nthenge, presunto ideatore di quello che resta uno dei più gravi eccidi di massa legati all’estremismo religioso nell’Africa orientale.
Con lui, altri 96 imputati dovranno rispondere di accuse legate alla radicalizzazione e alla criminalità organizzata davanti al tribunale di Shanzu. Restano aperti, a Mombasa, i procedimenti per omicidio e omicidio colposo.

I numeri non aiutano a capire, ma inchiodano.
Almeno 429 morti accertati. Tra loro, molti bambini. La Croce Rossa keniota parla di 613 persone scomparse.
Fosse comuni, cadaveri ammassati, corpi in avanzato stato di decomposizione.
Due feti trovati nei grembi di donne morte di fame.
Nulla di accidentale. Nulla di spontaneo.

Secondo gli investigatori, per oltre dieci anni Mackenzie ha usato la sua chiesa, la Good News International Church, come strumento di isolamento e controllo. Bibbia piegata, apocalisse annunciata, paura coltivata.
I fedeli venivano spinti a tagliare ogni legame con la società, ad abbandonare scuola, cure mediche, famiglie.
A consegnare beni e figli.
A ritirarsi nella foresta di Shakahola, nell'entroterra di Malindi, per “attendere Gesù” digiunando fino alla morte.

Il processo, iniziato l’8 luglio 2024, ha ascoltato 96 testimoni: sopravvissuti, medici, patologi, investigatori. Quasi 500 reperti sono stati depositati in aula. Tutti raccontano la stessa storia: non una scelta individuale, ma un indottrinamento sistematico. Non un suicidio, ma una catena di obbedienze.

Mackenzie, arrestato nell’aprile del 2023 dopo le prime segnalazioni dei familiari, aveva radunato i suoi adepti a circa 80 chilometri da Malindi, lungo la strada per lo Tsavo. Lì aveva promesso salvezza e distribuito morte, stabilendo persino un calendario: prima i bambini, poi le donne, poi gli uomini. Lui, sempre vivo.

La magistratura ora stringe le maglie, ma la sensazione resta amara. Per mesi, forse anni, nessuno ha visto o nessuno ha voluto vedere. La foresta era lì. I sermoni circolavano su YouTube e WhatsApp. Le denunce c’erano state. Eppure la fame ha continuato a fare il suo lavoro, in silenzio.

Shakahola non è solo un luogo. È una ferita aperta nella coscienza di un Paese. Racconta cosa può accadere quando povertà, ignoranza e disperazione incontrano chi promette il paradiso chiedendo in cambio la vita.
Racconta anche che la giustizia, quando arriva, lo fa sempre dopo.
Dopo le fosse. Dopo i bambini. Dopo il silenzio.

TAGS: shakaholashakaoladigiunosettaMackenzie

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