EDITORIALE
31-03-2026 di Freddie del Curatolo
Da Baidoa, in Somalia, a Mandera, la prima città di confine di una certa importanza in Kenya, ci sono solo 250 chilometri, ma anche 7 ore di viaggio in auto, rigorosamente fuoristrada.
Quindi chi mi scrive e mi chiede se i violenti scontri scoppiati in Somalia “al confine con il Kenya” come ha scritto qualcuno che non sono io, possono incidere sull’insicurezza nel Paese in cui vive o va in vacanza, mi sento proprio di poter dire no.
Tanto più che proprio in questi giorni, a Nairobi, si stanno limando gli ultimi dettagli dell’accordo per la riapertura dei confini di terra tra i due Stati, che erano chiusi ormai da 13 anni.
A prima vista, invece, gli scontri di Baidoa sembrano l’ennesima lite di famiglia in una Somalia che di famiglie politiche ne ha troppe e di tavoli comuni troppo pochi. L’esercito federale contro le forze del Southwest: Mogadiscio contro una sua stessa articolazione. Una storia già sentita, con la polvere che si alza e la popolazione che si abbassa.
Ma sotto quella polvere si intravedono ombre più lunghe. Perché Baidoa non è solo una città: è un punto d’equilibrio fragile dove si incontrano interessi regionali e ambizioni geopolitiche. E dove ogni colpo di fucile rischia di risuonare fino ad Addis Abeba e ad Ankara.
Somalia e Etiopia: il mare come ossessione
Il nodo è sempre lo stesso, antico e modernissimo: l’accesso al mare.
L’Etiopia è un gigante senza sbocco, un Paese da oltre cento milioni di abitanti costretto a respirare attraverso i porti degli altri. Per anni ha usato Gibuti, pagando caro ogni respiro. Ora cerca alternative, e una di queste passa per il Somaliland — quella regione che si è autoproclamata indipendente dalla Somalia nel 1991, ma che nessuno riconosce ufficialmente.
Qui nasce la frizione: Mogadiscio considera il Somaliland parte integrante del proprio territorio, mentre Addis Abeba tratta con il Somaliland come se fosse uno Stato.
Un accordo, anche solo commerciale o logistico, diventa subito politico. E ogni molo può trasformarsi in una miccia.
Turchia: il mediatore interessato
In mezzo a questa partita si muove la Turchia, con la calma di chi sa di avere più carte degli altri.
Ankara non è un osservatore: è un attore pieno.
A Mogadiscio ha costruito infrastrutture, gestisce porti e aeroporti, addestra l’esercito somalo nella base di TURKSOM. È, nei fatti, uno dei principali garanti della sopravvivenza dello Stato somalo.
Ma allo stesso tempo mantiene rapporti solidi con l’Etiopia, partner economico e politico troppo importante per essere ignorato.
E allora la Turchia fa quello che le riesce meglio: media.
Non per altruismo, ma per equilibrio. Perché una Somalia stabile le garantisce influenza sul mare, e un’Etiopia soddisfatta evita che il Corno d’Africa diventi un campo di battaglia aperto.
Baidoa come sintomo, non come causa
Gli scontri di Baidoa si inseriscono in questo quadro come una crepa interna che rischia di allargarsi sotto pressione esterna.
Quando il centro (Mogadiscio) e le periferie (gli Stati federali) non si fidano, ogni attore straniero trova spazio.
Quando un Paese è fragile, i suoi confini diventano negoziabili — almeno nella percezione degli altri.
E così succede che le tensioni locali si intrecciano con strategie regionali, le rivalità interne diventano leve diplomatiche e una città come Baidoa finisce per pesare più di quanto la sua mappa suggerirebbe
L’equilibrio instabile del Corno
Nel Corno d’Africa nessuno può permettersi di vincere davvero.
Perché la vittoria di uno — un porto, un accordo, un riconoscimento — è quasi sempre la perdita di un altro.
La Somalia teme di perdere pezzi di sé.
L’Etiopia teme di restare senza accesso al mondo.
La Turchia teme che tutto crolli, portandosi via anni di investimenti e influenza.
E allora si va avanti così:
con guerre piccole che nascondono partite grandi,
con città come Baidoa che diventano metafore,
e con mediatori che tengono in piedi equilibri che nessuno riesce davvero a risolvere.
Finché il mare resterà una promessa per alcuni e una proprietà per altri, da queste parti non ci sarà mai solo un conflitto locale.
Ci sarà sempre qualcosa di più profondo che bussa, come una marea che non si riesce a fermare.
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