KENYA NEWS
13-05-2026 di Freddie del Curatolo
Ha ripetuto più volte la parola "Europa" che "Francia", ha detto che è ora di pensare che l'Africa sia il presente e non il futuro, di studiare una nuova architettura finanziaria per il continente e che il nuovo approccio di Parigi apre una "nuova era". Macron parlando a una trentina tra capi di Stato e vicepresidenti africani, ha appoggiato le parole del padrone di casa dell'Africa Forward Forum di Nairobi, William Ruto, che ha ribadito la necessità di cambiare registro con l'Africa, che non ha più bisogno di carità, ma cerca investimenti, partnership "perchè il vero potenziale inespresso ce l'abbiamo noi, sia nelle risorse che nelle riserve economiche". Alle affermazioni dei due leader, si sono aggiunte anche quelle del segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, che ha ricordato come il sistema finanziario che regola i rapporti con l'Africa, il rating nei suoi confronti e l'architettura del debito, risalga al 1995 "in un mondo che non esiste più". Una nuova era, dunque, e chi vuole continuare a fare la parte del "predatore", come Macron ha definito la Cina, o se ne frega delle regole, come ha detto in pratica degli Stati Uniti, non troverà nuovi alleati, mentre l'Europa si sta allineando verso questo approccio in linea con le aspirazioni di crescita e sviluppo del continente. Sarà così? Intanto un summit così partecipato, in Africa non si era mai visto e considerato il pregresso della Francia con le sue ex colonie nella parte occidentale del continente, è una notizia importante. Che poi questa svolta francese, non tanto distante dal nostro Piano Mattei (e Giorgia Meloni potrà dire che Macron ha scopiazzato...) possa portare benefici anche ad altri Paesi europei o almeno unità d'intenti, saranno gli atti pratici a dirlo.
Insomma, nella grande sala del Kenya International Conference Center, davanti anche a manager e rappresentanti delle istituzioni finanziarie mondiali, il leader francese ha cercato di fare qualcosa che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata fantascienza geopolitica: spiegare che l’Africa non è più il cortile di casa dell’Europa, ma un interlocutore da trattare alla pari.
William Ruto, che giocava in casa e non ha perso occasione per intestarsi il ruolo di regista africano della nuova narrazione continentale, gli ha fatto eco con parole che in Kenya ormai sono diventate una specie di mantra politico. Lo ha ripetuto più volte: “L’Africa non ha bisogno di carità. Ha bisogno di investimenti, accesso al credito, infrastrutture, tecnologie e soprattutto di smettere di pagare interessi da usura internazionale solo perché qualcuno, a Londra o New York, continua a considerare il continente una zona ad alto rischio permanente.
E così, nella seconda giornata del summit di Nairobi, il tema vero è diventato quello che raramente scalda le piazze ma decide il destino dei Paesi: il denaro. O meglio, il costo del denaro.
Secondo Ruto, il problema dell’Africa non è la mancanza di liquidità globale. I soldi nel mondo ci sono. Il problema è “l’architettura del rischio”. Tradotto dal linguaggio economico: il continente continua a essere valutato dalle agenzie di rating e dai grandi finanziatori internazionali come se fosse un posto eternamente instabile, ingestibile e prossimo al fallimento. Risultato: prestiti più costosi, investimenti frenati, sviluppo rallentato.
A rincarare la dose ci ha pensato il segretario generale dell’ONU, António Guterres, che ha definito il sistema finanziario internazionale “ingiusto”, ricordando che molti Paesi africani pagano costi di finanziamento doppi rispetto alle economie avanzate. “Non è un verdetto del mercato sull’Africa – ha detto – ma un verdetto sulle ingiustizie del sistema”. E detto da uno che solitamente pesa le parole con il bilancino diplomatico, il messaggio è arrivato forte e chiaro.
Macron, dal canto suo, ha promesso di sostenere al prossimo G7 in Francia un meccanismo di garanzia di prima perdita, una formula tecnica che però potrebbe avere effetti molto pratici: ridurre il rischio percepito dagli investitori e facilitare il flusso di capitali verso l’Africa. In altre parole, se un progetto africano fallisce, parte delle perdite verrebbe coperta da un sistema internazionale di garanzia. Un modo per convincere banche e fondi a investire senza guardare il continente come si guarda una scommessa disperata.
Il presidente francese ha anche rivendicato che il summit di Nairobi avrebbe già mobilitato 23 miliardi di euro di investimenti. Numeri che naturalmente andranno verificati nei prossimi mesi, perché l’Africa ha visto passare decine di summit pieni di parole solenni, foto di gruppo e strette di mano finite poi nel cassetto della diplomazia internazionale.
Eppure qualcosa, stavolta, sembra davvero diverso. Non tanto per la Francia, che sta cercando disperatamente di reinventare la propria presenza africana dopo essere stata praticamente cacciata da diversi Paesi dell’Africa occidentale, quanto per il tono generale del dibattito. Nessuno, a Nairobi, ha parlato di “aiutare l’Africa”. Si è parlato piuttosto di convenienza reciproca, di mercato, di energia, di tecnologia, perfino di intelligenza artificiale. Come se finalmente il continente fosse stato invitato al tavolo principale e non lasciato in anticamera con le ONG.
Naturalmente resta da capire quanto di tutto questo sia sostanza e quanto invece sia semplice riallineamento geopolitico in un momento in cui Europa, Cina, Russia e Stati Uniti stanno combattendo una guerra silenziosa per l’influenza africana. Macron ha definito la Cina un “predatore”, mentre senza nominarli direttamente ha criticato quei partner che ignorano regole e cooperazione multilaterale, riferimento neppure troppo velato agli Stati Uniti di Donald Trump e alla nuova stagione isolazionista americana.
Nel frattempo, il Kenya si gode il suo momento da capitale diplomatica africana. Il fatto stesso che la Francia abbia scelto Nairobi per il primo summit africano organizzato in un Paese anglofono racconta già un cambiamento storico. E Ruto, che ormai parla come un presidente panafricano più che come leader nazionale, sembra deciso a sfruttare ogni spazio possibile per trasformare il Kenya in piattaforma politica e finanziaria del continente.
Che questa sia davvero una “nuova era”, come ripetono Macron e Ruto, è ancora presto per dirlo. L’Africa ha imparato da tempo che le promesse internazionali sono come certe piogge equatoriali: fanno rumore, si annunciano con i tuoni, ma non sempre bagnano davvero la terra.
Però una cosa è certa: mai come oggi il continente sta smettendo di chiedere permesso. E forse è proprio questo, più dei miliardi promessi e delle dichiarazioni finali, il vero cambiamento che a Nairobi si è visto chiaramente.
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