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Nuova finanziaria in Kenya, cosa ci si deve aspettare

Tra crescita economica, debiti e timori di nuove proteste

13-06-2026 di Freddie del Curatolo

La nuova legge finanziaria presentata dal governo keniano promette di essere molto meno aggressiva di quella che un anno fa incendiò il Paese e nel 2024 addirittura il Parlamento, dato alle fiamme dai manifestanti. Ma basta ascoltare le conversazioni nei matatu, nei mercati o sui social network per capire che la diffidenza è rimasta intatta.

Giovedì scorso il segretario al Tesoro John Mbadi ha presentato in Parlamento un bilancio da 4,8 trilioni di scellini keniani, circa 37 miliardi di dollari. Numeri giganteschi che, nelle intenzioni del governo di William Ruto, dovrebbero sostenere la crescita economica, finanziare lo sviluppo e garantire entrate sufficienti per uno Stato sempre più affamato di risorse.

Il motivo di questa fame è contenuto in un numero che pesa come un macigno sui conti pubblici: il deficit previsto per l'anno fiscale 2026-2027 supera gli 1,1 trilioni di scellini keniani. In altre parole, lo Stato prevede di spendere molto più di quanto riuscirà a incassare. Per coprire il buco, il Tesoro conta ancora una volta su nuovo debito, sia interno che estero. Una situazione che continua ad alimentare il dibattito su quanto il Kenya possa permettersi di finanziare la propria crescita ricorrendo all'indebitamento.

Eppure, ancor prima che il testo inizi il suo percorso parlamentare, sono già ricominciate le contestazioni.
Il motivo è semplice. Per molti keniani la memoria è ancora fresca. Le proteste dello scorso anno, guidate soprattutto dai giovani della cosiddetta Gen Z, nacquero proprio contro una finanziaria percepita come insostenibile. Quelle manifestazioni culminarono con l'assalto al Parlamento e lasciarono sul terreno morti, feriti e una frattura politica che il Paese non ha ancora completamente ricucito.

La nuova manovra contiene aumenti meno vistosi rispetto al passato, ma tocca nervi scoperti della vita quotidiana. A preoccupare particolarmente è la proposta di applicare un'accisa del 25 per cento sui telefoni cellulari importati. In un Paese dove il telefono non serve soltanto a telefonare ma rappresenta il principale strumento per effettuare pagamenti, trasferire denaro, ricevere stipendi e gestire attività commerciali, qualsiasi aumento dei costi viene percepito come una tassa indiretta sulla sopravvivenza.
Le conseguenze potrebbero riflettersi anche sulle transazioni digitali e sui servizi di mobile money come M-Pesa, ormai diventati il sistema circolatorio dell'economia nazionale.

Non meno controversa è la proposta che riporta al 10 per cento l'aliquota sugli immobili residenziali, rispetto all'attuale 7,5 per cento. Una misura che alimenta il timore di nuovi aumenti degli affitti nelle città, dove già oggi molte famiglie destinano una parte consistente del proprio reddito all'abitazione.
A finire nel mirino della nuova finanziaria c'è anche il settore dei mitumba, gli abiti usati importati che vestono milioni di keniani e garantiscono il sostentamento a migliaia di piccoli commercianti. Una nuova tassa sulle importazioni rischia infatti di ridurre ulteriormente margini già ridotti all'osso.
Nei mercati popolari, da Nairobi a Mombasa, il malumore cresce. Per molti venditori non si tratta di una discussione teorica sulla politica fiscale, ma della differenza concreta tra riuscire a vendere qualche camicia in più o tornare a casa senza profitto.

Anche una parte del mondo imprenditoriale guarda con preoccupazione alle nuove misure. La Kenya Private Sector Alliance avverte che un sistema fiscale percepito come imprevedibile potrebbe spingere investitori e aziende verso mercati regionali più competitivi come Ruanda ed Etiopia. Una preoccupazione che riguarda milioni di posti di lavoro e il futuro stesso dell'economia privata keniana.
Il problema, secondo molti economisti, non riguarda però soltanto le nuove imposte. Il governo si trova stretto tra entrate fiscali che crescono meno del previsto e obblighi finanziari che continuano ad aumentare. Le stesse previsioni del Tesoro mostrano come la raccolta fiscale faccia fatica a tenere il passo con una spesa pubblica sempre più elevata, mentre il rallentamento di alcuni settori economici rende più difficile raggiungere gli obiettivi di gettito.

L'opposizione ha colto immediatamente l'occasione per attaccare il governo. L'ex vicepresidente Rigathi Gachagua, Kalonzo Musyoka e Martha Karua accusano l'esecutivo di voler reintrodurre, sotto forme diverse, alcune delle misure che avevano già provocato la rivolta popolare del 2024. Secondo loro, il governo non avrebbe imparato nulla dalla lezione ricevuta nelle piazze.
Mbadi respinge le accuse e sostiene che molte delle critiche nascono da interpretazioni scorrette o da strumentalizzazioni politiche. Il ministro insiste sul fatto che il governo sta cercando un equilibrio tra la necessità di aumentare le entrate e quella di non soffocare cittadini e imprese.
Ma la vera questione non è soltanto economica. È politica e perfino psicologica.
Il Kenya di oggi appare come un Paese che continua a chiedersi dove finiscano tutti i sacrifici richiesti ai contribuenti. Molti cittadini vedono aumentare tasse, imposte e contributi, ma faticano a percepire miglioramenti proporzionali nei servizi pubblici, nella sanità, nell'istruzione o nelle opportunità di lavoro. È questa sensazione di distanza tra ciò che si paga e ciò che si riceve ad alimentare la rabbia molto più delle singole aliquote.

C'è poi un dato che colpisce più di tutti e che viene spesso citato dagli oppositori del governo. Una parte enorme del bilancio nazionale continua infatti ad essere assorbita dal servizio del debito pubblico, tra interessi e rimborsi. Una cifra che supera ampiamente gli stanziamenti destinati a molti settori sociali e che alimenta tra i contribuenti la sensazione di lavorare soprattutto per pagare prestiti contratti negli anni passati. È proprio questo il nodo che rende ogni nuova tassa particolarmente impopolare: molti keniani non contestano soltanto quanto pagano, ma si chiedono se il peso crescente del debito stia sottraendo risorse a sanità, istruzione e servizi essenziali.
Per il governo Ruto le prossime settimane saranno dunque una prova delicata. La finanziaria dovrà attraversare il dibattito parlamentare e potrebbe subire modifiche. Ma soprattutto dovrà superare il giudizio dell'opinione pubblica.
Perché a Nairobi, mentre i politici discutono di trilioni di scellini, deficit, debito pubblico e sostenibilità fiscale, c'è un'altra domanda che continua a circolare nelle strade: se il governo non cambierà rotta, il Kenya tornerà a riempire le piazze come un anno fa?
Nessuno, per ora, sembra conoscere la risposta. Ma molti hanno già iniziato a prepararsi alla domanda.

TAGS: finanziariaprotesteeconomiadebito

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