Editoriali

EDITORIALE

Italian sounding in Kenya...una battaglia da proseguire

Da Bruxelles un assist per Nairobi, dove il fenomeno è quotidiano

22-11-2025 di Freddie del Curatolo

Il ministro Lollobrigida se n'è accorto perchè quei prodotti non italiani ma dai nomi evocativi, primo tra tutti "Carbonara" (e una cocacola, cantava negli anni Ottanta un gruppo tedesco), erano sugli scaffali del supermercato del Parlamento Europeo.
Ma noi qui in Kenya, con il cosiddetto "Italian Sounding" abbiamo a che fare tutti i giorni, nei negozi e nei menu dei ristoranti, tra contraffazioni linguistiche che diventano di pensiero, e involontari strafalcioni.
Per questo, l'anno scorso, proprio di questi tempi, ovvero nell'ambito delle iniziative della "Settimana della cucina italiana nel mondo", con l'ambasciata d'Italia abbiamo dato alle stampe un simpatico libretto dal titolo "Write Spaghetti, not Spaggeti..." e ne ho inserito i temi anche in diversi miei spettacoli rivolti specialmente ai keniani.
"Eat well if you know how to spell", che non è proprio "parla come mangi", ma "Mangi meglio se sai come pronunciare". E se sai come si chiamano i prodotti, da dove vengono, che storia hanno, riconosci più facilmente quelli contraffatti o "sound-like".

E fin qui siamo ai giocattoli: il libretto, gli spettacoli, gli errori teneri come “Lazagna” scritta con la z e “Mozzarella di Buffolo” sul menu di un resort che pensa che il bufalo sia un signore masai in pensione. Poi però arriva il ministro della Sovranità Alimentare in persona, entra nel supermercato del Parlamento Europeo, vede una salsa “Carbonara” con pancetta e altre tristezze, s’indigna, fotografa tutto e denuncia sui social come se avesse scoperto un covo di terroristi del guanciale.

«Sorvolando sulla pancetta nella Carbonara…» scrive lui. E uno immagina il sorvolo con elicottero dei NAS sopra gli scaffali di Bruxelles, tra un sugo “Arrabbiata” che non s’arrabbia e una “Bolonnaise” che a Bologna non la riconoscerebbero nemmeno sotto tortura.
Al ministero li chiamano “prodotti che possono confondere il consumatore e danneggiare l’immagine del Made in Italy”. A noi, più modestamente, capita di chiamarli “quello che ti arriva nel piatto quando ti ostini a ordinare la pasta fuori dall’Italia”.

Il problema, però, è serio. L’Italian sounding non è solo la barzelletta del “Parmesan” grattugiato in busta o del “Formaggio Romano” che di pecorino ha solo i rimpianti: è una vera industria della finta italianità. Secondo le associazioni di categoria sottrae all’Italia miliardi di euro, qualcosa come un Pil parallelo fatto di etichette furbe, bandierine tricolori e nomi che suonano giusti per sbagliare meglio.

In Europa esistono pure le regole: se metti il tricolore su un prodotto che italiano non è, la legge lo chiama “presentazione ingannevole”. Ci sono ispettorati dal nome impronunciabile che mandano segnalazioni a sistemi dal nome ancora più impronunciabile, e prima o poi qualcuno alza un sopracciglio istituzionale. Ma mentre il sistema si muove con la velocità di un ragù la domenica mattina, sugli scaffali del mondo continuano a sfornare “carbonare” con la panna, “pesti” fluorescenti e “bolognesi” che nessuna nonna emiliana riconoscerebbe come figlie sue.

Qui in Kenya la faccenda è più tropicale ma non meno istruttiva.
Cammini in un supermarket di Nairobi e trovi “Italian Style Pasta Sauce” prodotta in qualche zona industriale che dell’Italia ha visto solo le partite dell'Inter in tv. Sulla costa spuntano pizzerie con nomi più italiani degli italiani, che servono “pizza capricciosa with pineapple” e “spaggeti carbonara with cream and mushrooms”, così, tutto insieme, come se bastasse l’alfabeto latino per fare la tradizione.

La verità, un po’ scomoda, è che spesso i primi complici dell’Italian sounding siamo proprio noi italiani all’estero. Stanchi di spiegare ogni volta che cos’è il guanciale, che differenza c’è tra pecorino e formaggio grattugiato in lattina, che no, la panna nella carbonara non è “una variante moderna”, finiamo per dire “ok, bacon is fine” e ci arrendiamo. In quel momento, l’Italian sounding smette di essere solo una frode commerciale e diventa resa culturale: abbiamo barattato la storia di un piatto con la comodità di non litigare con il cameriere.

Coldiretti, da anni, denuncia il fenomeno come un’emorragia: centoventi miliardi di euro l’anno in falsi “made in Italy”, con l’aggravante che i principali falsificatori non sono i poveri del mondo ma i paesi industrializzati, quelli che potrebbero tranquillamente comprare l’originale ma preferiscono imitare. E tra le ricette più massacrate al mondo, guarda caso, c’è lei: la carbonara. Con la panna in Belgio, il bacon nei paesi anglosassoni, il formaggio “Romano” in America, le versioni “chicken carbonara” che, se le racconti a un cuoco romano, ti risponde con la lista delle bestemmie in ordine alfabetico.

Poi c’è il capitolo del “sugo alla bolognese”, che nel nostro Paese è soprattutto un acchiappa-turisti: a Bologna lo chiamano ragù e lo fanno in casa, non lo mettono in vasetto con la foto della torri e il gondoliere, che peraltro a Bologna non c’è il mare. Ma all’estero “bolonnaise”, chissà perchè alla francese, che pure i francesi che s'incazzano come ai tempi di Bartali, funziona come password universale: tu scrivi quella parola magica e tutto diventa improvvisamente “Italian”, anche se la carne è sconosciuta, la salsa è zuccherata e la pasta è stracotta (ecco forse perchè alla francese).

Che cosa ce ne facciamo, allora, di questa indignazione a distanza?
Da una parte c’è il ministro che giustamente chiede verifiche, invoca controlli, difende il marchio Italia. Dall’altra ci siamo noi expat, ristoratori, residenti, innamorati del Paese che ci ospita, che ogni giorno facciamo i conti con l’Italian sounding tropicale: insegne un po’ sbilenche, menù creativi, formaggi che sognano di diventare parmigiano e non ce la faranno mai.

Forse la vera sovranità alimentare, quella che possiamo permetterci da qui, è meno muscolare e più paziente.
È spiegare a un cameriere che “spaggeti” si scrive con due “t”, che la panna nella carbonara è un’altra cosa, che il tricolore sull’etichetta non è un adesivo decorativo ma una promessa. È continuare a ripetere, col sorriso, “Write Spaghetti, not Spaggeti” e sperare che, prima o poi, qualcuno lo scriva giusto e magari assaggi anche quello vero.

Perché alla fine, al consumatore keniano come al parlamentare europeo, non si può mica mandare l’Ispettorato centrale sulla repressione del sugo finto. Ma lo si può invitare a tavola, raccontargli una storia, fargli sentire la differenza tra un’imitazione ben impacchettata e un piatto che ha dentro una tradizione.
E lì, davanti a un boccone di carbonara fatta come Dio (e il guanciale) comanda, l’Italian sounding perde tutta la sua musica. Resta solo il suono migliore che conosciamo: quello della forchetta nel piatto vuoto.

TAGS: soundingitalianfoodspaggeti

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