KENYA NEWS
08-04-2026 di Freddie del Curatolo
La crisi mondiale del carburante è arrivata in Kenya, prima con lo scandalo del carburante “modificato” al porto di Mombasa, poi planando sulle stazioni di servizio che, una dopo l’altra, stanno rimanendo a secco, infine sui prezzi dei trasporti, specialmente quelli dei matatu, che poi influiscono in negativo sulla quotidianità della maggior parte della popolazione.
La situazione, da ieri, è quella che ci si aspettava: stazioni chiuse, altre che razionano, altre ancora che accolgono code di automobili per poi confessare che non è rimasto un goccio di benzina o diesel. Chissà, per non sentirsi soli o sperare che almeno qualcuno voglia cambiare i tergicristalli.
Non servono scioperi né blocchi stradali: quando il carburante manca, il Paese si ferma da solo e i pendolari fanno i conti con una realtà sempre più opprimente.
ll Kenya non solo per la benzina, ma anche in altri campi energetici da qualche giorno si muove a scatti, come un vecchio motore che tossisce benzina annacquata fino a quando finisce. E quando il carburante comincia a scarseggiare davvero, il primo termometro non sono i comunicati ufficiali ma i matatu: acquistando da mercati insoliti, si deve spendere di più, spendendo di più si devono aumentare le tariffe, aumentando le tariffe, si allungano le attese, si accorciano i viaggi possibili e si torna a consumare scarpe e chilometrica fatica.
Intanto, bisogna chiudere trattative, altrimenti non solo i piedi, ma anche le arie condizionate, l'industria, i voli, possono bloccarsi.
Negli ultimi giorni, diverse città del Paese hanno visto un’impennata dei prezzi del trasporto pubblico, con la tratta tra Nakuru e Nairobi a fare da simbolo di una crisi che si allarga. Qui, una corsa che fino a ieri costava circa 450 scellini ha sfiorato i 700, con operatori che parlano apertamente di difficoltà nel reperire carburante e costi operativi fuori controllo.
E mentre gli autisti cercano benzina come fosse un bene di contrabbando, i passeggeri fanno i conti con una doppia fatica: quella economica e quella dell’attesa. Ore intere per trovare un mezzo disponibile, oppure la scelta obbligata di restare a casa.
Non va meglio agli automobilisti privati, costretti a pellegrinaggi tra stazioni di servizio vuote. Da Karatina a Nyeri, passando per Nairobi e fino a Kisumu, le pompe si svuotano e le alternative diventano improvvisamente di lusso, come i carburanti premium rimasti disponibili ma a prezzi ben più alti.
Intanto, nel Kenya occidentale e sulla costa, i boda boda protestano: accusano alcuni distributori di privilegiare le auto, lasciando le moto – e quindi una fetta importante dell’economia quotidiana – ai margini della crisi. A Mombasa e dintorni, una sola stazione di benzina su 5 può soddisfare i propri clienti e i gestori tendono a privilegiare, nottetempo, loro stessi, i parenti e chi offre di più.
Sul fronte istituzionale, la situazione si complica ulteriormente. Il ministro dell’Energia ha già avvertito che i prezzi potrebbero aumentare ancora, con rincari fino a 14 scellini al litro legati a forniture fuori dagli accordi governativi. E le previsioni più pesanti parlano di aumenti ben più consistenti nel prossimo ciclo di revisione: fino a oltre 50 scellini al litro.
Se queste stime dovessero concretizzarsi, il prezzo della benzina potrebbe avvicinarsi a livelli che trasformano ogni spostamento in una decisione da ponderare, non più in una routine.
Nel frattempo, il sistema regge come può. I matatu continuano a circolare, ma a un costo sempre più alto. I pendolari si adattano, ma fino a un certo punto. E il Paese, ancora una volta, si scopre fragile proprio dove dovrebbe essere più semplice: nel diritto di muoversi.
Perché in Kenya il trasporto non è solo una questione di logistica. È la spina dorsale invisibile che tiene insieme lavoro, scuola, commercio. E quando quella spina scricchiola, tutto il resto inizia lentamente a piegarsi.
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