NEWS AMBIENTE
04-10-2025 di redazione
Dalla cooperazione al business, ma senza mai dimenticare la sostenibilità ambientale e l’aiuto alle zone aride e semi-aride del Kenya, dove da tempo vive e lavora.
Tommaso Menini, milanese trapiantato in Africa orientale da 12 anni, non si ferma e alla sua sempre più conosciuta ed apprezzata attività di “Gran Visir” di cosmetici, olii essenziali ed altre coccole per l’olfatto e per la pelle tramite la sua azienda Jua by Agar, ora fa crescere migliaia di piantine indigene nel Kenya più funestato dai cambiamenti climatici.
Il programma dà priorità all'uso sostenibile dei prodotti forestali non legnosi, come la gomma arabica, la mirra, l'incenso e l'aloe, garantendo la conservazione di queste preziose risorse naturali, ma da un po’ di tempo, nel vivaio di Nanyuki, si occupa anche di altre piante che producono frutti, semi o resine che Menini in cosmetica, sotto il suo marchio, che dal 2025 è presente anche in Tanzania e Uganda.
L’imprenditore lombardo, che dopo tanti anni passati come cooperante e coordinatore di progetti tra Uganda e Kenya, focalizzato su attività generatrici di reddito e lavorando con comunità pastorali in regioni davvero problematiche, nel nord del Kenya ha creato KAVADI, una gigantesca nursery di piante indigene. KAVADI è l’acronimo di “Kenya Arid Lands Value Chain Development Initiative” ed è lo stesso Menini a parlarci della sua iniziativa che si sviluppa nelle contee di West Pokot, Isiolo, Samburu, Laikipia e Marsabit.
“Ho sempre notato, e lamentato, la mancanza parziale o totale del settore privato nei progetti di cooperazione e il concept KAVADI è nato in primis per colmare questo gap, poi si è evoluto negli anni includendo l'aspetto rigenerativo attraverso le serre e I vivai, prima di solo aloe indigena, poi di altre 8 specie di alberi d'interesse commerciali, tipici di zone aride e semi-aride.
La sostenibilità dell’iniziativa, che fa parte del più grande programma di incubazione commerciale in partenza dal 2026, verrà proprio dalla vendita di piantine, e dal "toll processing" ossia la processazione per conto terzi che vogliamo cominciare nel 2026, con servizi di distillazione, frantoio a freddo (per semi, noci ed altro) ma anche packaging, labeling, marketing.. Tutti servizi che verranno offerti da KAVADI, un concetto di incubazione pratica e non teorica dedicato alle imprese che operano in zone aride”.
Crescere piccoli baobab, croton, moringa, neem e tamarindi, oltre alle piante legnose già citate, per l’italiano significa lanciare un incubatore di imprese, per essere d’esempio per tutte le comunità ed aiutarle a crescere, convogliando allo stesso tempo imprese ed organizzazioni a fare lo stesso, servendosi del suo know-how.
Formando le comunità locali sulle tecniche di raccolta sostenibile e sulla coltivazione dell'aloe, KAVADI promuove pratiche ecologicamente sostenibili e in linea con la conservazione ambientale a lungo termine – spiega Menini - Al centro della nostra missione c'è la promozione della gestione sostenibile delle risorse e dell'adattamento ai cambiamenti climatici. L'iniziativa pone grande enfasi sul coinvolgimento delle donne e dei giovani nelle attività economiche, fornendo a questi gruppi competenze fondamentali nella gestione aziendale. Questo duplice obiettivo rafforza la resilienza economica delle comunità e allo stesso tempo mitiga l'impatto ambientale della desertificazione e della deforestazione, che rappresentano problemi critici in questi ecosistemi fragili”.
L'impatto dell'iniziativa va oltre l'aspetto economico. Concentrandosi su specie resistenti alla siccità, come l'Aloe secundiflora e presto molte altre, KAVADI svolge un ruolo fondamentale nella rigenerazione ambientale e nella conservazione della biodiversità. Queste specie contribuiscono a ripristinare i terreni degradati, a conservare l'acqua e a migliorare la fertilità del suolo. Inoltre, la raccolta di gomme e resine fornisce mezzi di sussistenza alternativi, riducendo il degrado del suolo causato da pratiche non sostenibili come la combustione di carbone.
Un altro aspetto importante, sempre legato al carbone, è inoltre l’impatto a lungo termine dato dalla “footprint” degli alberi che l’iniziativa sta crescendo, che in 25 anni avrà sequestrato più di 190 tonnellate di anidride carbonica e offerto a chi avrà comprato e gestito gli alberi la possibilità di “battere cassa” con i famigerati “carbon credits”.

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