KENYA NEWS
11-01-2026 di Freddie del Curatolo
Sei leoni morti. Trentaquattro avvoltoi stesi a terra come foglie secche. Tutti uccisi senza spari, senza trappole, senza inseguimenti. Solo una mucca, lasciata lì apposta, imbottita di veleno come un regalo avariato. La scena è quella di Kitenden, ai margini dell’ecosistema di Amboseli, dove il confine tra uomo e animale non è segnato da recinzioni, ma da rancori antichi.
Le autorità di Kenya e Tanzania hanno avviato un’indagine congiunta. Due sospetti, entrambi tanzaniani, sono sotto osservazione. Intanto, la risposta delle comunità locali è stata brutale quanto simbolica: divieto immediato di pascolo per i pastori di Kitenden all’interno delle aree di conservazione. Niente bestiame finché i responsabili non saranno consegnati alla giustizia. Una punizione collettiva per un crimine individuale, perché in queste terre la responsabilità è sempre condivisa, anche quando nessuno la vuole davvero.
Gli ambientalisti, però, guardano soprattutto ai 34 avvoltoi. Perché i leoni fanno notizia, ma gli avvoltoi tengono in piedi l’ecosistema. Sono gli spazzini della savana, i primi ad arrivare e gli ultimi a essere difesi. Senza di loro, le carcasse restano, le malattie circolano, l’equilibrio si spezza. Avvelenare un avvoltoio è come sparare a un medico perché ti ha detto che stai male.
E Kitenden non è un caso isolato. È solo l’ennesima riga aggiunta a una statistica che in Kenya cresce più veloce della popolazione umana. Negli ultimi due anni si sono registrati oltre 26.000 casi di conflitto uomo-fauna selvatica: 255 persone uccise, 725 ferite gravemente, più di 5.200 capi di bestiame persi. Un bilancio che vale, in risarcimenti, almeno 1,2 miliardi di scellini. La convivenza costa, e il conto lo pagano tutti, ma sempre in momenti diversi.
Alla conferenza scientifica sulla fauna selvatica di Naivasha, le autorità hanno elencato le cause come si fa con le previsioni del tempo: perdita di habitat, corridoi migratori chiusi, infrastrutture, crescita demografica, bracconaggio. Tutto vero. Tutto noto. Eppure, mentre se ne discute, qualcuno continua a versare veleno su una carcassa di vacca.
Il Kenya Wildlife Service parla apertamente di coinvolgimento delle comunità locali come unica via d’uscita. Lo ripete anche la segretaria al Turismo e alla Fauna Selvatica, Rebecca Miano, annunciando una futura autorità di regolamentazione della fauna. Parole importanti, ma lente. Molto più lente dei denti di un leone che affondano in una mandria.
E mentre Amboseli piange i suoi morti, il copione si ripete altrove. Nel Maasai Mara, solo pochi mesi fa, oltre trenta leoni sono stati avvelenati con la stessa tecnica. Al confine con il Serengeti, un intero pride, il Border Pride, è stato cancellato: un maschio collarettato, Osopia, tre leonesse, un cucciolo, tredici iene. Tutti colpevoli di aver fatto i leoni.
È questo il punto che nessuna conferenza riesce a risolvere: il leone non sa di essere un problema. L’uomo sì. Ma spesso sceglie la scorciatoia. Una mucca avvelenata costa meno di una recinzione, meno di un risarcimento, meno di una notte passata a difendere il bestiame. Costa però sei leoni e trentaquattro avvoltoi. E un altro pezzo di savana che smette di funzionare.
Amboseli oggi è un test. Non solo per la cooperazione transfrontaliera tra Kenya e Tanzania, ma per un’idea più semplice e più scomoda: se la convivenza fallisce, la natura non protesta. Muore. E lo fa in silenzio, lasciando all’uomo il compito di spiegare perché, ancora una volta, non è riuscito a vivere accanto a ciò che dice di voler proteggere.
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