EDITORIALE
24-11-2025 di Freddie del Curatolo
E se la prossima guerra, perché purtroppo fino a quando esisterà l’uomo esisteranno le guerre, non fosse per il denaro, per la droga, per convinzioni religiose di facciata?
Se non fosse quella di chi vuol fare “la terra tutta a pezzetti” come scriveva Gianni Rodari, o di chi vuole rifare di tutti i pezzetti, un unico impero, come Vladimir Putin?
Se la prossima guerra fosse quella delle donne contro chi ancora pensa di vantare diritti nei loro confronti, di essere superiore, di poter esprimere possesso o scaricare su di loro istinti bestiali e frustrazioni?
L'inquietante esempio, durante i 16 giorni di campagna contro la violenza sulle donne, in Africa come in tutto il mondo, arriva da una delle nazioni più violente del continente: il Sudafrica.
Un numero crescente di donne in quel Paese sta imparando a usare le armi per proteggersi dalla violenza di genere. In media, ogni giorno in Sudafrica vengono uccise 15 donne, con un aumento di quasi il 34% rispetto allo scorso anno. Questo weekend, le donne sudafricane hanno organizzato proteste silenziose invitando a interrompere qualsiasi attività economica per 15 minuti, a causa di quello che definiscono un fallimento del governo nell'affrontare il problema, e chiedendo che venga dichiarato “disastro nazionale”. Mentre tante altre, si allenano al poligono di tiro tra Johannesburg e Durban.
E allora immaginiamola, questa guerra nuova di zecca, tutta sbilenca come sanno esserlo soltanto le verità che fingiamo di non vedere. Una guerra senza generali impomatati, senza mappe da tavolo o droni che ronzano in cielo come zanzare high-tech.
Una guerra combattuta da chi, fino a ieri, non veniva nemmeno considerata parte della storia: le donne. Non quelle in uniforme, ma quelle che ogni giorno indossano la corazza invisibile della sopravvivenza.
Perché se c’è un continente che non ha bisogno di metafore belliche per capire che le donne vivono in trincea, quello è l’Africa. Un continente da un femminicidio ogni due ore, come se qualcuno avesse deciso di scandire il tempo non con l’orologio atomico, ma con la morte.
E i governi? Balbettano, promettono, istituiscono commissioni, a volte cambiano ministri, per vestire le promesse con nuove suite e cravatte, e purtroppo a volte nuovi tailleurs.
E poi ricomincia da capo.
E allora eccole lì, le donne sudafricane, che invece di chiudersi in casa come pretenderebbe la logica del branco, imparano a smontare e rimontare una pistola. Non per gusto, non per gioco, non per far vedere chi è più duro, ma per quella cosa antica che gli uomini hanno sempre dato per scontata: restare vive. E c’è da chiedersi dove sia finito il comune buonsenso dell’umanità, se per difendersi da chi ti dovrebbe amare o almeno rispettare, devi imparare a sparare.
Il 21 novembre, per quindici minuti, il Paese si è fermato. Un quarto d’ora di silenzio, di non-lavoro, di non-commercio, di non-finta-normalità. Un quarto d’ora per dire: “Non siamo più disposte a essere contate come fossero incidenti del traffico.”
Come potrebbe essere anche in Kenya, in Ghana, in Nigeria, hanno chiesto lo stato di “disastro nazionale”, proprio come se la violenza fosse un’alluvione, un terremoto, un ciclone.
Ma forse è pure peggio, perché è una calamità continua, senza interruzione, che miete vittime ogni giorno, e contro cui non si costruisce nessun argine.
E allora viene da pensare che questa guerra, quella delle donne che si stancano di aspettare il cavaliere salvatore o il ministro illuminato, non sarà fatta di campi di battaglia ma di cucine, uffici, scuole, strade, mercati.
Sarà una guerra paradossale: non per conquistare territori, ma per riconquistare il proprio corpo. Non per imporsi sugli altri, ma per non essere più abbassate al ruolo di bersaglio.
E qui, dall’altra parte dell’Africa, dove il Kenya celebra i suoi “16 giorni” con conferenze e panel molto ben frequentati dai soliti noti, dovremmo ascoltarle, quelle donne che hanno deciso di non aspettare più. Non per prendere un’arma – non è questo il modello – ma per capire che il punto di non ritorno è vicino. E quando un intero genere inizia a ragionare come se fosse in guerra, vuol dire che la pace è finita da un pezzo, solo che facevamo finta di non accorgercene.
Forse la vera domanda non è se la prossima guerra sarà delle donne. La domanda, più amara, più africana, più sincera, è: quanto ancora possiamo ignorare il fatto che è già cominciata?
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